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23 ANNI

23 ANNI 23 ANNI
Cosa accomuna Carmen Laforet, Clarice Lispector e Anna Maria Ortese? Apparentemente solo il fatto di essere donne, scrittrici, di essere nate a ridosso del primo ventennio del '900, di essere state sradicate dal loro paese o dalla loro città in tenera età. Ad unirle realmente invece uno straordinario dettaglio: hanno pubblicato il loro primo scritto a soli 23 anni. Scritti che, a discapito di quello che si potrebbero pensare come frutti di un'età acerba e di un'immaturità stilistica, in realtà dimostrano una dimestichezza e un'abilità sapiente di scavare a fondo con lacerante precisione.

Nada
, primo romanzo di Carmen Laforet, vede la luce nel 1944. Considerato uno dei migliori romanzi spagnoli, capace di plasmare allora un'intera generazione, viene inserito nel filone del realismo esistenziale. Dalle atmosfere brutali ed esasperate, si cala negli anni della guerra civile e ne ritrae il vuoto, la desolazione e la mancanza di prospettive. In una Barcellona afflitta dalla fame e dalla paura, e che porta ancora i segni freschi ma taciuti di una guerra fratricida, si muove una giovane orfana, Andrea, in procinto di iniziare l'università e che fa ritorno alla casa di famiglia. Casa che faticherà a riconoscere e le cui nuove dinamiche di chi la abita l'accompagneranno presto in un totale spaesamento. Gli incontri e gli ambienti frequentati la porteranno a riflettere sui nuovi modelli sociali imposti dal franchismo, moralmente ambigui, a mettere in discussione la propria condizione e a tentare il recupero di un'identità distrutta attraverso la sua memoria, lontana e frammentaria. Nada è un romanzo che dà voce alle donne la cui lotta per l'emancipazione subisce un contraccolpo con l'avvento della dittatura che vuole imporre un modello patriarcale. E' nella ricerca della solidarietà reciproca la volontà di costruire un'alternativa possibile. Ed è proprio nel rapporto amicale che Andrea trova la forza per costruirsi una seconda possibilità, il suo riscatto.





La stessa cifra stilistica e la medesima prorompente capacità di avvolgerci in una personalissima visione del mondo, la ritroviamo nel primo romanzo di Clarice Lispector, Vicino al cuore selvaggio.
Questa giovane scrittrice, nata in Ucraina e naturalizzata brasiliana, di una bellezza e un'eleganza che ricorda le dive di Hollywood, regala al mondo un'opera prima di imprevedibile modernismo che gira intorno ad un incessante, quanto biografico, viaggio interiore che apparentemente non ci conduce da nessuna parte, ma che in realtà giunge proprio lì, al cuore selvaggio della vita.
Ed è da que
sto luogo primitivo dove le emozioni, le sensazioni e le percezioni si amplificano e sembrano sfuggire all'esprimibile che Clarice crea una lingua nuova, affilata e precisa come una lama di rasoio e allo stesso tempo trasfigurata da una personalità che non si arrende ai canoni letterari che l'hanno preceduta, ma che opera un'incessante ricerca della parola in uno slancio quasi mistico verso la purezza e la perfezione espressiva.
Nello stile della Lispector non troviamo nessuna regola riconoscibile, nulla di preformato a cui aderire o in cui riconoscersi. La sua scrittura personalissima si snocciola libera e audace, la prima e la terza persona si alternano e si susseguono, specchio l'una di un'introspezione dolorosa e fredda e l'altra di una voce narrante al di sopra delle parti e dei personaggi, dei cui destini, però, sembra rammaricarsi.
Ogni espediente impiegato vale come un tentativo, per sua natura illusorio e frustrato, di afferrare qualcosa in divenire e quindi per sua natura ancora indefinito.

La trama del romanzo in sé per sé potrebbe risultare quasi banale, addirittura volgare, ma in realtà è solo una serva, funzionale a uno scopo: l’analisi della ricerca interiore, la descrizione fredda e caustica del delirio della vita. Joana, la protagonista, potrebbe essere qualunque cosa, una pazza, un'isterica, una lunatica, un'instabile, la persona più spregevole della terra, ma non è niente di tutto ciò. È, piuttosto, una donna sola in una realtà che non la considera come tale, in cui non si riconosce e nella quale non può costruirsi un'identità, ma solo un’interiorità esasperata. In lei vediamo il costante tentativo di metabolizzare il dolore senza la necessità di spurgarlo, un'assimilazione del reale senza filtri o difese e la capacità di assorbirne tutto il male con una naturalezza che lascia spiazzati, come se non ci fosse scampo. Il suo personaggio è la raffigurazione plastica di una solitudine cementata nell’incapacità di esprimere i sentimenti e le sensazioni e l'autoanalisi che via via viene svelata, finisce per contenere il seme stesso della misantropia.

 Si può scrivere così bene il proprio primo libro da far pensare più a un miracolo che a u
n debutto, ma alla fine quello che quest'opera incredibile sembra suggerire è che non ci sia nulla di più disumano della vita umana, dal momento in cui tentiamo di farne l'oggetto di un racconto.



Chiudiamo con Anna Maria Ortese e la sua prima opera Angelici dolori, una raccolta di scritti composti tra il 1934 e il 1936, che vede la luce grazie a Valentino Bompiani nel 1937, con la cura di Massimo Bontempelli e che con lui la fanno ascrivere al realismo magico italiano. Personalità schiva e solitaria - dice di sé ‘sono sempre stata sola, come un gatto’- si racconta come un’apolide, costretta a ricostruirsi ogni volta un presente per seguire la famiglia, la stessa che vedrà poco a poco scomparire, un lutto dopo l’altro, e che la affiderà ad una inconsolabile tristezza. Descritta da Citati come una ‘zingara sognante’ Anna Maria Ortese che dopo una scolarizzazione elementare si costruisce da autodidatta sulle antologie e i vocabolari dei fratelli maggiori e sui romanzi acquistati sulle bancarelle a poche lire, ci regala un linguaggio magistralmente espressivo e trasversale, infedele ad ogni genere letterario, capace di muoversi tra l’inchiesta giornalistica, la forma del romanzo, della poesia, della scrittura teatrale. A dispetto dell’immagine che diede sempre di sé, di un’illetterata sprotetta e di un’ignorante, fu capace di grandi slanci, alimentando e nutrendo forti passioni capaci di suscitare polemiche accese a difesa dei più deboli. Sbarcava il lunario, sopravviveva. Come rispose a Calvino che ne elogiò la scrittura «Si scrive perché si cerca compagnia, si pubblica perché gli editori danno un po' di denaro». Ha scritto molto e molto ha tenuto nei cassetti del tavolo di lavoro. Una narratrice non di facile consumo, non universale né immediata. Ma narratrice di sguardi, di emozioni e atmosfere. Di misteri inafferrabili e di epifanie. Una visionaria. Nonostante la sua infedeltà anche editoriale è grazie ad Adelphi che a partire dal 1986, in collaborazione con l’autrice stessa, tutto il suo corpus letterario verrà ristampato in modo più organico e completo. Ed è infatti di Calasso la nuova edizione di Angelici dolori e altri racconti che al testo originale del 1937 affianca la riedizione di articoli mai raccolti e disseminati in quotidiani, periodici e riviste.

Di natura autobiografica ma altrettanto ambigua, i racconti nascono da una commistione di realtà e irrealtà, divagano nel fantastico, nel surreale, mantenendo un carattere lirico ed evocativo. Parte dall’infanzia la Ortese, e ne esprime tutto il fascino e la sofferenza. E’ attraverso le conquiste, gli innamoramenti e la diffidenza per il mondo adulto, l’universo familiare e la città di Napoli, che si fanno strada le dinamiche di autodeterminazione e definizione della protagonista, le tappe di una crescita e condizione solipsistica fortemente sentimentale. Un senso di angoscia che accompagna il processo di differenziazione, l’esperienza estetica, passando da una dimensione prettamente reale e familiare in cui i nomi mantengono le vere identità dei fratelli e i luoghi aderiscono ai ricordi infantili della protagonista Anna, a onirici, in cui i ribaltamenti spazio-temporali provocano e confondono, si spersonalizzano. Metafore, ossimori e allegorie governano manifestatamente alcuni di questi racconti quasi a volerne espressamente sottolineare l’artificiosità.

Ma, nonostante tutto, a quella sofferenza, che tanto la connota, Anna Maria non avrebbe mai rinunciato perché «scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa, sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando - per ragioni pratiche - è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. È un povero, e rende la vita più povera».


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