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SHIRLEY

SHIRLEY SHIRLEY
Presentato a gennaio al Sundance Film Festival e, meno di un mese dopo, al Festival Internazionale del Cinema di Berlino, è distribuito in America e presto anche in Italia Shirley, il film sulla vita della regina dell’horror – e maestra di Stephen King – Shirley Jackson.

L’immensa produzione letteraria della scrittrice statunitense, che consta di 6 romanzi e oltre 200 racconti, è ancora quasi del tutto inedita in Italia, ma la piccolissima parte tradotta e pubblicata (interamente da Adelphi) è già sufficiente a comprendere, oltre che la grandezza e l’innovazione stilistica, soprattutto i temi cardine della sua scrittura.

Nata nel 1916 – e non nel 1919 come amava far credere pur di non ammettere di essere più anziana del marito – la sua infanzia e la sua intera vita furono caratterizzate dal rapporto di odio e ostilità con i genitori. In particolar modo, la madre non mancò mai di criticare tanto il suo aspetto fisico trascurato, arrivando a definirla un “aborto umano”, quanto le sue scelte di vita. Se da adolescente tutto questo ebbe come conseguenza quella di infondere insicurezze alla Jackson, portandola sulla soglia della depressione, a isolarsi dai suoi coetanei e a rifugiarsi nella scrittura, da adulta, invece, l’autrice si pose in un atteggiamento di aperta e continua sfida con quella sua famiglia conservatrice, razzista e antisemita. Fin dagli anni dell’università, infatti, cominciò ad avvicinarsi a ideali e personaggi vicini al comunismo, fondando una rivista accademica di denuncia sociale, attraverso la quale si espose a più riprese a sostegno della parità di trattamento per gli studenti di colore, e l’anno stesso della sua laurea sposò Stanley Hyman, un suo collega ebreo, co-fondatore con lei della rivista succitata e futuro importante critico letterario.
L’a dir poco difficile rapporto con la famiglia – con la madre, in primis – rappresenta una tematica costante nelle opere della Jackson. Le sue protagoniste hanno spesso, infatti, una madre opprimente che condiziona e limita la loro vita, o ne sono orfane e, il più delle volte, più o meno esplicitamente responsabili della morte.


Nel romanzo Abbiamo sempre vissuto nel castello, ad esempio, Merricat e Constance sono due sorelle che vivono, insieme a uno zio invalido, isolate da tutti nel vecchio castello di famiglia, dopo che i genitori sono morti avvelenati da dell’arsenico messo nello zucchero utilizzato per il dessert. A essere sospettata dell’omicidio è Constance, l’unica presente al tavolo della cena a essere sopravvissuta, per quanto la sorella Merricat la continui a difendere e a proteggere con un atteggiamento di adorazione.
Proprio il personaggio di Merricat, narratrice del romanzo, può essere visto come un alter ego della Jackson e del suo essere esclusa – ma, nello stesso tempo, del suo volersi escludere – dalla società.
Anche le pratiche di magia alle quali è dedita la protagonista non sono così lontane da quelle realmente praticate dall’autrice e che portarono i suoi concittadini a definirla una strega; cresciuta da due genitori seguaci della christian science, fin da bambina la Jackson familiarizzò con sedute spiritiche e tavolette ouija e anche da adulta, pur divenendo atea, mantenne una passione non solo dottrinale per l’occulto e il soprannaturale.

Ne L’incubo di Hill House, considerata la ghost story più riuscita e più importante del XX secolo, la protagonista Eleonor, invece, ha di fatto rinunciato a se stessa, trascorrendo tutta la sua vita a occuparsi della madre malata, fino alla sua recente morte della quale Eleonor è in qualche modo responsabile.
Il libro è, sicuramente, molto vicino al romanzo gotico Il giro di vite di Henry James: anche in questo caso, infatti, la vera protagonista della vicenda è una casa che, anche dopo aver finito di leggere l’intera storia, non si capisce con certezza se sia davvero infestata da fantasmi o se tutto il soprannaturale che vi abita sia solo la proiezione dell’inconscio più profondo di chi vi risiede.

In questo come in diversi altri scritti della Jackson, la casa è un vero e proprio personaggio attivo, che intrappola, illude e sottomette i suoi inquilini; ciò perché la casa rappresenta in piccolo, per l’autrice, l'intera società, con tutta la sua serie di obblighi e doveri rivolti a ogni donna, dalla quale ci si aspetta che non sia altro che madre e casalinga. Una condizione che la scrittrice, più famosa e con maggiori guadagni del marito, non riuscì mai ad accettare, pur tentando di imparare a conviverci.

Tale situazione limitante riguarda per la Jackson ogni donna a lei contemporanea ed è responsabile della difficoltà per il mondo femminile di crearsi una propria identità, indipendente dai genitori prima e dal marito dopo. Così, le donne protagoniste dei suoi romanzi e di numerosi suoi racconti sono sempre caratterizzate dall’insicurezza e dall’incapacità di relazionarsi da sole con il mondo esterno; quando provano a diventare indipendenti e a sfidare il giudizio conformista della società finiscono, puntualmente, col divenire vittime dell’ansia e delle psicosi più totali, che le porta o a scegliere consapevolmente di tornare al più sicuro punto di partenza, la casa, o a perdere definitivamente il controllo della propria persona e della propria mente.


È quello che, ad esempio, succede in un altro romanzo della Jackson, Lizzie, che mette in scena in maniera metaforica lo scontro tra la società maschilista – rappresentata da uno psichiatra – che prova a curare, cercando di riportare all’interno di quelli che sono i canoni sociali di riferimento, una paziente che, proprio per provare a sfuggire a quegli schemi, ha finito per frammentare il proprio io in quattro diverse personalità.
E non è un caso se la descrizione fatta dello psichiatra ricordi molto il marito della scrittrice, a cui, tra l’altro, il romanzo è dedicato.



Quel marito che si rivelò ben presto tutto il contrario di quello che la Jackson aveva sperato, mostrandosi, in fondo, maschilista e retrogrado come il resto della società e, soprattutto, per niente in grado di alleviare le insicurezze dell’autrice, continuando per tutta la vita a renderla vittima di tradimenti. L’ultimo dei quali – con un’amica di famiglia – diede di fatto inizio alla caduta mentale finale della Jackson, portandola a uno stato di depressione e di agorafobia che durò più di due anni, durante i quali non uscì di casa, bloccò la sua attività creativa e divenne dipendente da alcol e psicofarmaci. E proprio quando la terapia psichiatrica alla quale aveva accettato di sottoporsi sembrava aver cominciato a funzionare e la sua attività creativa era ripresa – sotto forma di diario, due libri per bambini e un nuovo romanzo dai toni stranamente umoristici, rimasto però inconcluso – a soli 48 anni Shirley Jackson morì nel sonno, ufficialmente per arresto cardiaco legato al sovrappeso e all’abuso di alcolici, ma, molto probabilmente, per un mix letale di antidepressivi e barbiturici.


Se la sua consacrazione come scrittrice è legata ai suoi romanzi, è, tuttavia, un racconto a regalarle la prima fama.
La lotteria, del quale esiste anche una versione a fumetti disegnata dal nipote della Jackson, venne scritto durante i primi anni di vita a Bennington, nel Vermont, presso il cui college il marito di Shirley fu chiamato a insegnare. Qui, la coppia non riuscì mai a integrarsi con il resto della comunità; l’anticonformismo di due genitori atei, organizzatori di feste notturne a cui prendevano parte personaggi stravaganti e, soprattutto, comunisti “nemici” degli Stati Uniti, fu sempre visto con diffidenza e con malevolenza dai loro concittadini: molto di quello che la Jackson dovette subire e sopportare è fedelmente riportato attraverso i resoconti delle commissioni in città della Merricat di Abbiamo sempre vissuto nel castello.
Con questo racconto breve, pubblicato su un giornale per cui la Jackson scriveva, la scrittrice si prese la sua vendetta verso quei villagers e la loro ipocrisia. Ovviamente, la sua pubblicazione fu seguita da indignazione e lamentele, ma oggi questo racconto è addirittura entrato a far parte di numerose antologie scolastiche e proprio la città di Bennington ha da qualche anno deciso di istituire il 27 giugno – giorno in cui nella storia si svolge la lotteria – come il giorno di Shirley Jackson.

La lotteria fu, poi, pubblicata dalla Jackson in un’ampia raccolta con altri racconti, della quale Adelphi ha, però, deciso di tradurne e pubblicarne solo quattro.
Stesso discorso per un’altra raccolta, La ragazza scomparsa, costituita da soltanto tre racconti estrapolati dal contesto tematico della raccolta originaria.
Anche Paranoia, composta da scritti di ogni tipo – racconti gotici, commedie surreali, saggi, testi per conferenze e pagine spesso ricche di comicità di un diario privato – pubblicata postuma dai figli dell’autrice, è solo una traduzione parziale della versione originale, che viene, in una certa misura, completata dalla raccolta appena pubblicata La luna di miele di Mrs. Smith, in cui trovano spazio altri 54 di quei racconti emersi, come in uno dei suoi colpi di scena, da uno scatolone ritrovato in un fienile del Vermont o scoperti in maniera altrettanto casuale alla Library of Congress di Wash­ington e alla San Francisco Public Library.

               


Ci auguriamo che presto, anche sull’onda del film, siano colmate quelle lacune che ancora non permettono di conoscere a pieno la fondatrice dell’horror contemporaneo e che vengano, finalmente, tradotti anche in italiano sia romanzi importanti come The sundial e Hangsaman (attorno a quest’ultimo ruota la storia raccontata nel film), sia la biografia scritta da Susan Scarf Merrell, di cui la pellicola rappresenta l’adattamento cinematografico.



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