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CALCIO DA ROMANZO

CALCIO DA ROMANZO CALCIO DA ROMANZO
Il calcio, a partire dal secondo dopoguerra, attraverso tv, radio e giornali è diventato una presenza sempre più costante nella società, sia che lo si pratichi, sia che lo si segua da semplici spettatori, portando a identificarsi nelle gesta dei suoi campioni o delle sue squadre. Il concetto di identità nel calcio non è solo quello strettamente campanilistico, ma è portatore di idee, filosofie di vita, visioni politiche o religiose e riscatto sociale. Pensiamo alla "guerra di religione" tra i cattolici del Celtic e i protestanti dei Rangers nel derby di Glasgow in Scozia, alla contrapposizione sociale tra i "popolari" tifosi del Boca e i "millionarios" del River a Buenos Aires, o alla "guerra politica" tra gli indipendentisti catalani del Barcellona e il Real Madrid simbolo della centralità del potere spagnolo. L'esasperazione di tale concetto di identità, dettato da malesseri sociali e mancanze culturali, ha portato nel tempo alla degenerazione del tifo, facendo spesso sfociare il senso di appartenenza nella violenza e perdendo valori intrinseci dello sport quali il rispetto delle regole e dell'avversario, quest'ultimo visto più come un nemico da annientare che come un avversario da superare lealmente.


Il calciatore che meglio ha rappresentato questo concetto di identità e legame con la sua città, la squadra e la tifoseria è Francesco Totti, protagonista indiscusso delle vicende della Roma degli ultimi vent'anni.
La sua storia la possiamo trovare ben descritta in Un capitano, scritto con il giornalista Paolo Condò, uno dei migliori giornalisti nella creazione di storytelling, e da cui è stata tratta la serie TV Sky Speravo de morì prima.
Scritto con tono dissacrante e autoironico, nel libro si ripercorre la vita del "Pupone" dall’infanzia nella periferia romana fino all’ascesa nell’olimpo del calcio, che gli ha valso il soprannome di "Ottavo Re di Roma".


Il calcio, si sa, è divisivo per natura, ma ci sono momenti in cui tutti gli sportivi e I tifosi veri si uniscono per seguire un unico sogno: quando gioca la Nazionale italiana.
Chi di noi non ha mai sentito parlare della partita del secolo Italia–Germania del 1970, di Pablito Rossi al Mondiale 1982 o della vittoria del Mondiale 2006?              
Il calciatore che più ha travalicato le barriere del tifo e ha unito tutti nell’orgoglio della maglia azzurra è stato Roberto Baggio e Stefano Piri ce ne parla in Roberto Baggio. Avevo solo un pensiero, in cui si ripercorre tutta la carriera del "Divin Codino".
Dotato di un fisico fragile che ne ha minato la carriera in molte occasioni, Baggio ha saputo sopperire con la classe e la maestria dei suoi tocchi, diventando, di fatto, lo sportivo italiano più conosciuto al mondo e consacrando il tutto con la vittoria del Pallone d’Oro nel 1993.   


L’attitudine moderna alla classificazione, retaggio della nostra cultura scientifica, si estende, ormai, a ogni campo della nostra vita e anche il calcio non si sottrae a questa necessità di creare miti da confrontare.
Milioni di tifosi si sono accaldati per prendere le difese dei loro beniamini e la rivalità più celebre che si ricordi in tal senso è sicuramente quella tra Pelè e Maradona.


Edson Arantes Do Nascimento, detto Pelè, è considerato, al pari di Muhammad Alì, l’icona dell'atleta moderno capace di travalicare i confini dello sport e diventare un personaggio uni
versale.
Nato a Tres Coracoes, una piccola località del Brasile che potrebbe essere uscita dalla penna di Jorge Amado, Pelè riuscì a segnare piu’ di 1000 gol in carriera e a vincere con la sua nazionale 3 Mondiali, unico giocatore a esserci riuscito.
Per conoscere di piu’ sulla vita di "O’ Rei", personaggio oltre il campo da calcio - ricordiamo la sua celebre rovesciata nel film Fuga per la vittoria - ci viene in aiuto il libro Pelè. La perla nera di Daniele Poto.
In aperta contrapposizione a Pelè, non solo dal punto di vista tecnico-sportivo, ma anche filosofico-culturale, c’è da sempre la figura di Diego Armando Maradona, protagonista con la sua Argentina della vittoria del Mondiale 1986 e di molte vittorie con il Napoli, città in cui la sua figura ha il sapore quasi di santità.
Il giornalista-tifoso Jimmy Burns in questa biografia ci parla di magia, estro, fantasia e imprevedibilità, ma anche di fragilità, debolezze e cadute; ingredienti perfetti per rappresentare il "Pibe de oro" come un personaggio di una tragedia classica.
Partendo dalle sue umili origini, che non ha mai rinnegato, Maradona è diventato paladino della lotta al potere, scagliandosi spesso contro l’ipocrisia del mondo del calcio e non solo, elemento questo che la gente non ha mai dimenticato e gliene sarà sempre riconoscente, anche dopo la sua morte.


La rivalità – anche se nei fatti solo teorica e proverbiale – tra Maradona e Pelé non può che richiamare alla mente altri due nomi di campioni del calcio di oggi che da più di un decennio – loro sì – si affrontano sul campo a colpi di titoli vinti, record personali infranti, palloni d’oro conquistati e merchandising venduto.
Chiedere chi sia più forte tra Lionel Messi e Cristiano Ronaldo è un po’ come domandarsi se sia nato prima l’uovo o la gallina: à chacun son goût, inutile provare a trovare una soluzione che vada bene per tutti.

Da sempre considerato l’erede diretto del Pibe de oro, Leo Messi, detto “la Pulce” per via di quella bassa statura che, anche fisicamente, lo rende simile a Maradona, è oggi considerato uno dei giocatori più forti di tutti i tempi.
La sua storia, però, come ci racconta Guillem Balague nel suo libro, parte in salita e da molto lontano: parte dal lungo viaggio di un tredicenne gracile dall’Argentina a Barcellona, da un contratto firmato in un ristorante su un tovagliolo di carta, dalle cure pagate dal suo nuovo club per permettergli di vincere una rara malattia ormonale e arriva fino ai successi in Spagna, in Europa e nel Mondo, oltre che ai 6 palloni d’oro in bacheca.



Di palloni d’oro Cristiano Ronaldo, invece, ne ha vinti “solo” 5, ma è indubbio che anche lui, al pari di Messi, rappresenti una macchina da record e uno dei protagonisti indiscussi della storia del calcio. Un fenomeno sportivo, quindi, ma anche il primo vero fenomeno di marketing nel calcio: la sua ostentata ossessione per l’aspetto fisico, la perfezione e il successo, ma anche la sua vita privata fatta di amori con top model e di figli nati da madri surrogate, invadono, da anni, anche i media e i social più lontani dal mondo calcistico.
Ma prima di diventare un vero e proprio brand, anche CR7 ha dovuto percorrere una lunga strada ed è sempre Guillem Balague a svelarcela, attraverso le parole di amici, ex compagni di scuola e di altre persone a lui vicine. Quarto figlio – non voluto – di un’umile famiglia dell’isola portoghese di Madeira, con un padre alcolizzato e quasi inesistente, Cristiano fin da bambino non si staccava mai dal pallone e, ancora oggi, durante ogni allenamento, è il primo ad arrivare e l’ultimo ad abbandonare il campo.
Perché da sempre, come ha ripetuto più volte senza mai nascondersi: “Il mio obiettivo è entrare nella storia del calcio, essere considerato il migliore di sempre”.

Spesso, a rendere un calciatore un vero e proprio personaggio da libro o da film non è, però, la sua grandezza sul campo – o, quantomeno, non solo – ma la sua vita lontano dal pallone.

Johan Crujiff, il “Profeta del gol”, il “Pelé bianco”, prima da calciatore e poi da allenatore, ha sicuramente rappresentato una rivoluzione nel mondo del calcio: con la sua idea di “calcio totale” ha, infatti, permesso a una nazione come l’Olanda di uscire da decenni di anonimato calcistico e, soprattutto, ha fatto da capostipite al concetto di calcio moderno.
Ma Crujiff è stato, anche, interprete dei suoi tempi; in un contesto di rivoluzioni sociali e culturali, il numero 14 fu il primo personaggio pubblico a far propri e a mettere in mostra i nuovi simboli della beat generation, a partire dai capelli lunghi e dal modo di vestire, accompagnando il tutto con un atteggiamento sempre libero e sovversivo.

Quando si parla di vita indisciplinata e sregolata è impossibile non pensare a George Best.
Il “Quinto Beatle” fu una vera e propria pop-star fuori dal campo, un sex-symbol idolatrato dalle ragazzine, i cui eccessi nella vita privata sono sempre stati, anche per sua volontà, di dominio pubblico.
Le continue trasgressioni, fatte di donne, notti brave, macchine di lusso e spese folli – celebre e rappresentativa di tutto questo la sua frase: “Ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcol e automobili. Il resto l'ho sperperato.” – hanno spesso messo in secondo piano il suo immenso valore calcistico e i suoi trionfi.
E, soprattutto, gli hanno causato una fama difficile da gestire, portandolo a diventare vittima di una grave dipendenza dall’alcol che lo portò, oltre che ad avere diversi problemi con la giustizia, a un prematuro ritiro dal calcio e a un’altrettanta precoce morte.

Ad assumere l’eredità di Best da più punti di vista – primo fra tutti, quello di indossare la maglia numero 7 del Manchester United – è stato Eric Cantona.
Per descrivere al meglio “King Eric”, la sua esuberanza e la sua insofferenza a qualsiasi tipo di autorità e di “normalità” ci limitiamo a fare un elenco di alcune delle sue più celebri bravate: a inizio carriera, nel 1988, prima getta a terra la maglia del Marsiglia, sua squadra e città, per essere stato sostituito durante una partita di beneficenza, poi definisce “sac à merde” il suo allenatore della nazionale francese, reo di non averlo convocato proprio per quella reazione; nel 1991, scaglia il pallone addosso all’arbitro che gli aveva solo  fischiato un fallo; nel gennaio del 1995, dopo essere stato espulso per un fallo di reazione, rifila un calcio volante in pieno petto, a cui fa seguire una raffica di pugni, a un tifoso avversario che lo stava insultando;  il 7 dicembre del 2010, invita tutti a ritirare i propri soldi dalla banca, con l’obiettivo di far crollare l’intero sistema bancario.
Non stupisce, insomma, che un personaggio come Cantona con il suo colletto alzato e la sua filosofia di vita, sia divenuto presto protagonista di letteratura e cinema, interpretando anche, in quest’ultimo, semplicemente se stesso.

Parlando del calcio di oggi, una figura assimilabile a quelle appena viste è sicuramente quella di Zlatan Ibrahimovic.
Un personaggio che ha sempre fatto discutere, Ibra o lo si odia con tutto se stessi, o lo si ama ai limiti dell’idolatria.
Nella sua autobiografia Io, Ibra impariamo a conoscere meglio l’uomo dietro la maschera, o, a dire il vero, capiamo il come e il perché quella presunta maschera, forse, sia solo apparentemente tale, essendo Zlatan davvero quello che appare.
L’infanzia dura, da figlio di immigrati cresciuto in un quartiere popolare di Malmö, i pochi, pochissimi soldi e il frigo vuoto, la separazione dei genitori e il rapporto di amore-odio con quel padre che la guerra nel suo paese natale aveva fatto cadere nella spirale dell’alcolismo, ma che ne seppe uscire proprio grazie all’orgoglio per quel figlio divenuto giovanissimo un calciatore di successo.
Una carriera da giramondo, che continua ancora oggi in quella che, probabilmente, Ibrahimovic considera l’unica squadra e la sola città che lo abbia mai davvero accolto, nonostante, anche qui – come sempre, dalle biciclette rubate a Malmö alla rissa nello spogliatoio di Barcellona con Guardiola – i colpi di testa non siano mancati; perché “puoi togliere il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo”.


               


Non soltanto i calciatori, ma, oggi più che mai, anche gli allenatori sono sempre più spesso celebrità delle quali si vuol sapere tutto.
Ovviamente, più sono vincenti, più la curiosità aumenta e non solo per figure carismatiche, in maniera opposta uno dall’altro, come Mourinho e Guardiola, ma anche per dei normal one, come i nostri Carlo Ancelotti e Massimiliano Allegri.
"Carletto" è uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio, capace di trionfare in Italia e in giro per l’Europa, senza mai montarsi la testa o cadere vittima di atteggiamenti eccessivi, ricordandosi sempre delle sue origini e delle delusioni che hanno scandito, soprattutto agli inizi, la sua carriera.
“Acciughina”, invece, è detentore di diversi record come allenatore in Italia e ha sempre affrontato la sua vita e il suo lavoro improntandoli sul concetto di equilibrio e su regole - semplici e ordinarie - da seguire.

     


Fin da bambini, tutti gli amanti del calcio si sono, da sempre, identificati chi con un campione, chi con un altro, finendo con l'idealizzare - a volte anche fin troppo - quei ragazzi e quegli uomini capaci di farli sognare e appassionare.
Perché, in fondo, il vero senso di ogni sport è solo e soltanto questo e, anche se negli ultimi anni l'immagine del calcio è stata macchiata da scandali, corruzioni e violenza negli stadi, i veri tifosi non hanno mai smesso di credere in quel pallone che, sotto la sua superficie frivola, nasconde tutta la passione dei cuori che battono per lui.




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