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IL POPOLO DEI GHIACCI

IL POPOLO DEI GHIACCI IL POPOLO DEI GHIACCI
IL POPOLO DEI GHIACCI
Mai come oggi l’emergenza climatica desta preoccupazione ed è oggetto di accesi dibattiti a livello planetario. La zona artica è a tutti gli effetti la zona in cui più manifestatamente il processo di surriscaldamento si sta evidenziando con allarmante velocità. Un avanzamento senza sosta che sta considerevolmente impattando sulle opportunità economiche e sui mezzi di sussistenza dei suoi abitanti. Sembriamo dimenticarcene ma da millenni i popoli di queste terre estreme vivono, in condizioni già climatiche ostili, un ambiente avaro di risorse e del tutto inospitale. Nonostante questo, o forse proprio per questo, i popoli artici hanno fatto del rispetto di ogni forma di vita il principio cardine delle loro società, del rapporto armonioso che da sempre coltivano tra loro esseri umani, l’ambiente, gli animali e le piante.

E ben si comprende in Di pietra e d’osso il nuovo ed insolito romanzo di Berengere Cournut, edito da Neri Pozza, che ci ha letteralmente stregati. L’autrice sceglie di ritrarre il popolo degli Inuit e di farlo, come una moderna Salgari, senza incontrarli. Nessun condizionamento od esperienza al limite della sopravvivenza. Solo un’accorta immersione in una delle culture più distanti dalla nostra occidentale. Un confronto costante con antropologi, archivi e musei per recuperare testi, testimonianze e manufatti che restituiscono così al romanzo, di pura finzione, concretezza e realtà. Un approccio del tutto letterario però che non manca di toccare l’essenziale della cultura animista inuit, la stretta connessione col visibile e l’invisibile, il rapporto coi morti ed una spiritualità profonda che attraversa i tempi e gli spazi. Per questo la volontà di calare la storia in un tempo e in un luogo non dichiarato che assume il valore di universalità. Una cultura che si fonda sull’utilizzo di antiche tecnologie e di strumenti ricavati sapientemente dalle risorse locali, dal legno, dalle ossa e dalle pelli degli animali. Che determina la propria sussistenza sulla caccia e la pesca, condotta generalmente in gruppi. Perché inuit si traduce uomini, semplicemente. E nel romanzo questa umanità forte trapela in ogni pagina in tutta la sua semplicità. Semplicità come complessità risolta. La Cournut attraverso i canti (da lei composti) le parole e i gesti della protagonista Uqsuralik ci accompagna in un’esperienza immersiva, quasi mistica, fatta di riti ancestrali, regole, tradizioni, divinità, che celebrano la vita e la morte, che donano la forza di affrontare avversità, mutamenti, di trasformare ogni accadimento in insegnamento di vita.

A sostenere il corpus del romanzo non sono mancati i taccuini dell’esploratore Knud Rasmussen, in particolare quelli scritti tra il 1921 e il 1924 e raccolti in Aua, pubblicati per Adelphi. Anni in cui la sopravvivenza dei popoli artici giunge ad uno snodo importante nell’incontro con il mondo occidentale. Proprio a lui, danese di origine e groenlandese di adozione, dobbiamo il più delle conoscenze che abbiamo sul popolo inuit. Nella spedizione Thule Rasmussen esplora le sue radici - la bisnonna era inuit – va in cerca delle proprie origini, della propria memoria più intima e lo fa incontrando lo sciamano Aua, il tramite spirituale, assieme ad altri sciamani, capace di determinare la vita delle comunità che insistono sul mitico passaggio nord-ovest che si estende a partire dalla baia di Hudson. Nonostante già dal Settecento si avvii l’evangelizzazione cristiana, è in questi anni che gli sciamani, in un processo di conversione e di depotenziamento degli spiriti ausiliari, si aprono alla condivisione e al disvelamento dei loro misteri, alla rivelazione di segreti profondi, fino a quel momento gelosamente custoditi. Un intero complesso di regole su cui si definisce una civiltà strutturata che ad oggi, proprio in quell’incontro col nostro mondo sembra però destinata a scomparire.
E sono raccolte negli stessi anni sempre da Rasmussen e tradotte in danese dalla lingua inuit Le leggende groenlandesi inserite nella collana di fiabe e leggende nordiche della casa editrice Iperborea. Storie che non hanno come protagonisti principi eroi e principesse da salvare, ma sciamani, nani, giganti, cacciatori. Una selezione operata con la volontà di tenere conto della vastità e varietà geografica e che hanno come comune denominatore una natura matrigna, ostile, temuta ma venerata e pensata come vitalità originaria. E anche gli animali sono sì prede ma anche protagonisti umanizzati, rispettati, capaci di ospitare le anime degli uomini che traghettano e tornano dalla morte alla vita.

Come Rasmussen, a metà del secolo scorso Jean Malaurie, esploratore francese e studioso delle regioni polari, intraprese diverse spedizioni nei paesi artici, in particolare in Groenlandia, di cui realizzò diversi ed interessanti film documentario. Giulia Bogliolo Bruna con Equilibri artici. L’umanesimo ecologico di Jean Malaurie, edito da Cisu, nella collana ethnografie americane, indaga e approfondisce le analisi e le ricerche scientifiche dello stesso. L’elaborazione
di una teoria che vede nella società inuit e nel suo rapporto con la natura l’espressione più compiuta della frattura tra natura e cultura che invece contraddistingue la società occidentale. Una visione complessa in cui uomo ed animale sono indistinti e la cui anima è definita con lo stesso termine: inua. Come umanista, Malauriene legge l’organizzazione sociale delineata da inclusività ed intersoggettività e mediata dalla figura dello sciamano. Intrisa di pensiero religioso che si fa sintesi di quei tanti elementi che costituiscono i fondamenti di altre culture in cui la natura viene posta al centro: dalla visione francescana, a quella panteistica rinascimentale, a quella eraclitea per cui tutto è animato dall’armonia degli opposti, in un eterno motto di tensione.

Torna in libreria, dal 2008, riedito da Neri Pozza, il volume di Simona Vinci Nel bianco. Ispirata dai racconti di Jack London, la Vinci si incammina verso un piccolo paese della Groenlandia, Tasiilaq (il cui nome è traducibile in ‘come un lago immobile’) e nelle distese ghiacciate, accecanti, e nel silenzio bianco assordante incontra le voci di un popolo pacifico, un’etnia isolata, e abbraccia la bellezza assoluta della solitudine e della scoperta del sé attraverso l’altro. Riflessioni che a distanza di più di dieci anni dalla prima stesura portano alla luce anche i risvolti più amari e drammatici della nuova condizione delle generazioni più giovani, sempre più piegate dall’alcolismo, dal dilagare di suicidi e di violenza, vittime smarrite di un consumismo e di idoli che certo non appartengono alla loro tradizione.

Ci piace pensare di chiudere questo excursus in compagnia dei popoli artici con un’ultima lettura edita da Bompiani, La biblioteca del ghiaccio: letture dal freddo di Nancy Campbell. Un viaggio emozionante che attraversa l’Europa, l’America e l’estremo Nord, che si fa denso di poesia e si accompagna di vicissitudini che non hanno pari. Nuove esperienze e competenze che riguardano il ghiaccio di cui ne registra le infinite forme, suoni e colori. Un diario di bordo realizzato e registrato in presa diretta, muovendosi con zaino in spalle, equipaggiata solo di taccuini, un pc portatile, una macchina fotografica e un dittafono. Emerge il profilo di una donna che è riuscita, con poche risorse economiche, a restituirci un’opera potente ed originale, intrisa di contenuti umanistici che spaziano tra luoghi e testi antichi e moderni. Di informazioni, di aneddoti da gustare e conoscenze che fanno emergere un’idea viva e caleidoscopica del ghiaccio. Ma soprattutto che ci pone di fronte all’urgenza di catturare l’infinita bellezza di un elemento che ha condizionato e rappresentato il teatro di millenni di storie, di vite, di un’umanità che oggi, più che mai, è necessario preservare.

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