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IL VALORE DELLE PAROLE

IL VALORE DELLE PAROLE IL VALORE DELLE PAROLE




















“Le parole possono essere paragonate ai raggi X; se si usano a dovere, attraversano ogni cosa". (A.Huxley)


Attraverso le parole esprimiamo idee, stati d’animo e sentimenti; un uso corretto delle parole è fondamentale per la comprensione reciproca e una parola errata può condizionare la percezione di noi stessi o degli altri. Per questo, rendersi conto del potere del linguaggio ci permette di comprendere una reazione emotiva, sia per quello che diciamo, sia per quello che ci viene detto.

Una pratica e piacevole riflessione sull’italiano e sul suo utilizzo la troviamo in Potere alle parole di Vera Gheno, collaboratrice storica dell’Accademia della Crusca e una delle sociolinguiste di riferimento del panorama degli studi linguistici italiani.
Partendo da assunti antropologici, l’autrice ci guida all’interno delle questioni linguistiche cruciali,  utilizzando anche esempi e similitudini con le azioni quotidiane di ognuno di noi. In uno dei più efficaci tra questi, la Gheno si chiede cosa potremmo pensare di una persona che con un armadio pieno di vestiti bellissimi indossi sempre lo stesso completo per pigrizia.
Questo tipo di situazioni sono chiari esempi dell’atteggiamento che molti italiani hanno nei confronti della loro lingua: hanno accesso a un patrimonio immenso, ma per indolenza o imperizia lo usano in maniera assolutamente parziale.


Nel corso della storia l’uso della parola  - e il suo abuso - sono stati lo strumento preferito per la conquista del potere e Josef Pieper, uno dei maggiori filosofi del XX secolo, ci aiuta a scoprirlo nel suo Abuso di parola, abuso di potere.
Partendo dall’Antica Grecia, dove i sofisti utilizzavano la tecnica della retorica per ottenere il consenso politico, si arriva ai moderni meccanismi della comunicazione, che, per quanto siano meno espliciti, non sono di certo meno efficaci nell’entrare nelle logiche del potere.
L’invito dell’autore è semplice: tornare a prendersi cura delle parole e del loro significato per avere un dialogo sincero verso le persone e il mondo che ci circonda.




La notizia della liberazione di Silvia Romano, volontaria rapita in Kenya, aprì a una serie di attacchi, soprattutto sui social, di natura sessista e razzista.
Questo e altri esempi di hate speech o discorso d’odio ci fa conoscere il linguista Federico Falloppa nel suo #Odio. Manuale di resistenza alla violenza delle parole, nel quale l’autore descrive come questo fenomeno sia più esplosivo che mai e che necessiti di un’assoluta regolamentazione a riguardo.
Attraverso un’accurata ricostruzione storico-giuridica del fenomeno, Falloppa ci invita a un momento di riflessione e ci ricorda come non siamo solo potenziali vittime, ma anche potenziali carnefici; una maggiore consapevolezza, quindi, aiuterebbe nel contrasto all’hate speech.




Il diffondersi dei social network e dei nuovi media, dove i "leoni da tastiera" trovano terreno fertile per esprimere i loro beceri commenti e insulti di ogni genere, ha amplificato il problema dell’hate speech. 
Ne parla la prof.ssa Claudia Bianchi nel suo Hate speech il lato oscuro del linguaggio, nel quale sottolinea come chi parla, soprattutto se lo fa da una posizione di autorità, ha una pesante responsabilità, in quanto ciò che diciamo cambia i limiti di ciò che può essere detto, spostando i confini di quello che viene considerato normale e legittimo.
E, cambiando il limite di quello che può essere detto, può cambiare anche il limite di ciò che può essere fatto, rendendo più marcata la mancanza di attenzione sulle proprie azioni.




Un approfondito studio sul tema lo conduce il prof. Stefano Pasta nel suo Razzismi 2.0. Analisi socio-educativa dell’odio online.
Ricercatore presso l’Università Cattolica di Milano, Pasta sottolinea come la complessità del fenomeno hate speech richieda una sempre maggiore attenzione in un momento storico nel quale i media digitali e sociali sono sempre più presenti nelle pratiche dei giovani e dove, quindi, larga parte dei fattori di rischio tradizionali finiscono per ridefinirsi, configurando un nuovo scenario della prevenzione.
Il libro non si limita a muoversi sul piano dell’analisi del fenomeno, ma si sposta sul versante dell’intervento educativo, rappresentando un nuovo modo di pensare la media education: la risposta dell’educazione è la consapevolezza che allenare il pensiero critico non basta più, ma occorre sviluppare anche la responsabilità.


Un geniale esperimento linguistico e di gioco con le parole è Esercizi di stile di Raymond Queneau, in cui una scena di vita quotidiana, banale e insignificante, a bordo di un autobus, viene raccontata in 99 diversi stili di scrittura, sfruttando tutte le potenzialità della lingua e della comunicazione.
Il libro si avvale della traduzione di Umberto Eco, che nell’introduzione afferma che “Queneau ha inventato un gioco e ne ha esplicitato le regole nel corso di una partita, splendidamente giocata nel 1947. Fedeltà significava capire le regole del gioco, rispettarle e poi giocare una nuova partita con lo stesso numero di mosse”.





Abbiamo visto come il tema dell’uso delle parole sia più complesso di come lo si possa credere; quindi, un piccolo pensiero in più su quello che diciamo sarebbe un’ottima base di partenza per una convivenza più serena nella nostra società.


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