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INCONTRO CON L'AUTORE: GIUSEPPE LUPO RACCONTA "IL PIOPPO DEL SEMPIONE"

INCONTRO CON L'AUTORE: GIUSEPPE LUPO RACCONTA "IL PIOPPO DEL SEMPIONE" INCONTRO CON L'AUTORE: GIUSEPPE LUPO RACCONTA "IL PIOPPO DEL SEMPIONE"























Giuseppe Lupo torna in libreria con un nuovo romanzo, Il pioppo del Sempione, pubblicato da Aboca. Una storia sull’integrazione e sulla memoria, sul potere salvifico delle storie. Abbiamo chiesto a Giuseppe - docente Cattolica ma anche scrittore di saggi e romanzi, curatore editoriale e collaboratore per Avvenire e Il sole 24 ore - di rispondere a qualche domanda sul suo nuovo libro, che potrete trovare in tutte le librerie a partire da giovedì 11 febbraio.

Ciao Giuseppe, prima di tutto ti ringrazio per aver accettato il nostro invito.
Sei in libreria con il tuo nuovo libro Il pioppo del Sempione pubblicato da Aboca, un editore che negli ultimi anni ha intrapreso un interessantissimo percorso editoriale.
La collana di cui fa parte il tuo libro è “Il Bosco degli scrittori”, dove in passato hanno raccontato le loro storie Enrico Brizzi, Carmine Abate, Ferruccio Parazzoli, Antonio Moresco.
Ci vuoi raccontare come è nata questa collaborazione?

GL: Un paio di anni fa Antonio Riccardi, che è il responsabile della collana, mi ha parlato del progetto e mi ha invitato a scrivere una storia che girasse intorno a un albero. La tipologia di albero era a scelta e io ho pensato a un pioppo perché sono sempre rimasto affascinato dalla forma che mi ricorda i pennacchi dei carabinieri in alta uniforme. Ovviamente il pioppo mi dava l’oppurtunità di raccontare qualcosa che si potesse ambientare in Lombardia perché il pioppo cresce vicino ai corsi d’acqua e la pianura padana è ricca di canali, rogge, fiumi.

La storia che racconti è la storia di uomini che si ritrovano a vivere ai margini della società, cercando in qualche modo di integrarsi. Si riuniscono nella stessa aula della scuola serale di Legnano, dove trovano un punto di incontro, di scambio e di conforto grazie alle lezioni tenute dal Professore che ci consegna la loro storia. I loro racconti passano anche attraverso il parallelismo tra le migrazioni dal sud al nord Italia del secolo scorso e le nuove migrazioni. Questi uomini di età differenti trovano una comunione nella similitudine della loro esperienza. E’ un argomento questo che ti sta a cuore? Come mai hai scelto loro per raccontare questa storia?

GL: Gli ultimi decenni del Novecento e i primi vent’anni del Duemila saranno ricordati come l’epoca degli incontri, delle commistioni, ma anche dello scontro. Io credo nel dialogo tra le civiltà e la scuola serale diventa il luogo in cui convergono le due emigrazioni (quella del nonno, che risale agli anni Cinquanta/Sessanta) e quella degli extracomunitari, che provengono dalle periferie del mondo e trovano nell’esercizio di ascoltare e raccontare storie la formula per convivere. In fondo tutti gli emigranti vogliono essere ascoltati perché la loro identità sta nella storia che raccontano. Mi pareva una cosa necessaria puntualizzare che siamo un Paese di emigranti e di immigrati. Le storie che si narrano vicendevolmente sono il collante.
 
I personaggi de Il pioppo del Sempione riescono a creare un legame immediato con chi legge la loro storia, la vitalità dei loro tratti narrativi li rende immediatamente coinvolgenti e affascinanti. Non posso però fare a meno di dirti che il personaggio più bello di tutti, forse proprio per una certa dose di impalpabilità e di mistero, è Nonno Paplush. A leggere di lui tra le pagine sembra che tu ci stia consegnando più un simbolo o un archetipo che un uomo in carne e ossa (nonostante l’umanità e la concretezza delle sue storie). Un personaggio a cui hai affidato anche il racconto della nostra memoria storica in qualche modo. Da dove arriva l’idea e l’ispirazione per questo personaggio, la cui identità rimane un mistero anche nel finale del libro?

GL: Nonno Paplush è un personaggio che mi è apparso all’improvviso, quando pensavo al pioppo i cui fiori nel mio dialetto sono chiamati paplush. Pensando al pioppo, mi è venuta l’idea di un personaggio che gli fosse legato, che avesse trascorso la sua vita accanto. Perciò si chiamano con lo stesso nome. Mi piaceva insomma l’idea che tra il personaggio e il pioppo ci fosse un legame misterioso, come se entrambi siano stati testimoni della loro vicendevole vita.
 
La storia de Il pioppo del Sempione è legata a maglie strette con la città di Milano e i territori limitrofi. Nel libro mi sembra emerga di più la città metropolitana notturna e silenziosa. A Milano e dintorni hai ambientato altre storie, giusto? Cosa rappresenta questa città per te come uomo e come scrittore?

GL: Ho raccontato Milano in Gli anni del nostro incanto (2017) e in Breve storia del mio silenzio (2019), due romanzi che raccontano la modernità sotto due prospettive diverse. Scrivere questi due libri è stato un atto di omaggio a una città che mi ha accolto quarant’anni fa, quando avevo diciotto anni, e mi ha fatto diventare uomo. Anche ne Il pioppo del Sempione c’è il racconto della modernità o, meglio, di quel che rimane di quella modernità raccontata negli altri due. Stavolta però mi sono spostato nell’hinterland a nord-ovest, lungo la strada del Sempione, una statale che conosco da decenni e che mi ha sempre affascinato perché comincia da Milano e arriva fino alle Alpi. Una strada è sempre la testimone delle trasformazioni che avvengono intorno a essa: pompe di benzina, locande, alberghi, paesi, storie, storie, storie…


                    

 
Anche la nostra Università ha tra i suoi simboli un meraviglioso albero che, purtroppo, si è ammalato lo scorso anno. Lo hanno da poco sostituito con un nuovo albero, un simbolo di rinascita in questo periodo così difficile. Come sarebbe raccontare una storia partendo dall’albero della nostra Università?

GL: Si potrebbe raccontare cominciando a immaginare quante esistenze lo hanno sfiorato, quante voci la sua corteccia ha assorbito, quanti pensieri, quante paure, quanti discorsi. Cento anni di storia umana e culturale che si è svolta ai piedi di questo albero.
 
Un periodo difficile quello che stiamo ancora vivendo, di cui l’albero forse può essere un simbolo. Quando un albero storico lascia spazio a un esemplare più giovane e all’apparenza più fragile, è possibile rintracciare in questo passaggio un messaggio di speranza? Come hai vissuto questo lungo periodo di didattica a distanza, sei riuscito a mantenere uno filo con i tuoi studenti? E come ti figuri il prossimo futuro?

GL: È stato un anno straordinario (nel senso di fuori dall’ordinarietà), pieno di incertezze e di speranza. Abbiamo rinunciato a tutto pur di sopravvivere, ma le conseguenze le pagheremo a lungo nel tempo. Il paradosso è che siamo stati soccorsi dalla tecnologia che ci ha permesso di conservare i contatti, sia pure virtuali. Immaginiamo come sarebbe stato senza computer e senza social: un ritorno al medioevo. Però non credo che tutto sarà come prima. Forse dobbiamo ripensare alle modalità con cui rapportarci tra noi e al tipo di giornata che andremo a vivere. Ma tutto questo saremo noi a disegnarcelo. Se torneremo come prima, non avremo fatto tesoro di cosa è accaduto.

Il pioppo del Sempione

di Giuseppe Lupo

editore: Aboca Edizioni

In una scuola serale a nord di Milano, un giovane professore insegna italiano a una classe di immigrati di diverse nazionalità

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