Il tuo browser non supporta JavaScript!
Vai al contenuto della pagina

ITALIAN HORROR STORY

ITALIAN HORROR STORY ITALIAN HORROR STORY
ITALIAN HORROR STORY

Aggirandosi tra gli scaffali di una libreria e fermandosi davanti a quello che riporta la scritta “Horror”, non si può fare a meno di notare come siano sempre gli stessi autori a occuparne i vari ripiani; quelli, per intenderci, che hanno fatto la storia del genere.
Ecco, quindi, che la più grande concentrazione di testi si ha – se l’esposizione segue l’ordine alfabetico di autore – all’incirca verso il centro: Shirley Jackson, Stephen King, H.P. Lovecraft.
A fare da cornice a questi nomi, ci sono, per lo più, scrittori stranieri, contemporanei e comunque sconosciuti a tutti i non patiti del genere.
A rompere questo schema, ma solo nei rari casi in cui per la loro fama non siano stati nobilitati e inseriti nel settore dei “Classici”, ecco apparire i capolavori di Arthur Machen, Edgar Allan Poe, Mary Shelley e Bram Stoker, che, di fatto, questo genere l’hanno creato.
Di nomi italiani contemporanei – o meglio, di scrittori noti, affermati nel mondo della narrativa non di genere – nemmeno l’ombra.

Eppure, basterebbe leggere la quarta di copertina di molti libri posizionati sui tavoli di narrativa italiana per capire come – se si andasse oltre alle riluttanze di case editrici e librai, timorosi di svilire un autore collocandolo in un genere verso cui si è ancora prevenuti – l’horror sia molto più presente nella letteratura italiana di quanto si creda.

Se, ad esempio, oggi entrassimo in una qualsiasi libreria e ci fermassimo a guardare i romanzi novità, troveremmo ben tre libri di scrittori italiani conosciuti e di successo alle prese con altrettanti archetipi del genere horror.

Il primo di questi è Marco Peano, affermatosi nel mondo della narrativa nel 2015 con il suo primo romanzo, L’invenzione della madre, successo di pubblico e di critica.

Da poche settimane è uscita per Bompiani Morsi, la sua opera seconda, in cui Peano si confronta con un classico tema gotico, quello delle streghe; o, per dirla seguendo il dialetto e il folklore piemontese che permea il libro, delle masche.

I protagonisti della vicenda sono due ragazzini delle medie, Sonia e Teo.
Sono le vacanze di Natale del 1996, quelle della grande nevicata, e siamo a Lanzo Torinese, un paesino di montagna rimasto fermo nel passato.

Sonia, suo malgrado, si trova ospite di nonna Ada, donna schiva e severa, con fama, per alcuni, di guaritrice, per altri, di masca; Teo, invece, che con Sonia ha fatto le scuole elementari, durante le quali è stato oggetto di bullismo per il suo aspetto fisico e la sua difficoltà a esprimersi in italiano, vive nella fattoria di famiglia.
La scuola ha chiuso prima del previsto, a causa di quello che tutti chiamano “l’incidente”: la professoressa Cardone, anziana insegnante di italiano – ma, forse, anche altro – si è chiusa nella sua aula e durante un tema, di fronte a una classe terrorizzata, ha fatto qualcosa di indicibile. Qualcosa che giorno dopo giorno, mentre Lanzo un po’ alla volta si svuota per via delle feste, sembra riguardare tutti gli abitanti.
Toccherà a Sonia e Teo, complici per forza, affrontare da soli l’incubo in cui sono precipitati.
Un romanzo anche di formazione, quindi, che affronta le paure e le difficoltà di chi deve affrontare un mondo costruito dagli adulti una volta che questi non sono più lì a indirizzarli e aiutarli.


Simona Vinci, premio campiello 2016 con La prima verità, ha da poco pubblicato il suo ultimo romanzo, L’altra casa.
In questo caso, l’archetipo classico affrontato è quello della casa infestata, sulla scia di Giro di Vite di Henry James, ma, soprattutto, dei libri di Shirley Jackson, da L’incubo di Hill House ad Abbiamo sempre vissuto nel castello fino a La meridiana.
A Budrio, in una villa settecentesca appartenuta alla cantante lirica Giuseppina Pasqua e spesso visitata da Giuseppe Verdi, si radunano quattro personaggi, accomunati dall’ossessione del fallimento e dal bisogno di soldi.
Maura, soprano di fama che ha appena subito un intervento alla tiroide e non sa se riuscirà più a cantare come prima, accetta l’invito di Fred, suo agente e amante, a partecipare a un evento culturale all’interno della villa e del misterioso giardino circostante, organizzato da Marco, un imprenditore di scarso successo amico di Fred.
Ad aiutare Maura nella preparazione dei brani da interpretare c’è Ursula, la moglie di Marco, donna russa che aspirava a diventare una pianista classica, ma che la vita ha costretto ad accontentarsi di essere la colf di una famiglia facoltosa.
Presto, nella villa cominciano ad accadere fatti inquietanti e senza spiegazione, che trascinano prima le due donne e poi anche gli uomini in una spirale di allucinazioni e sospetti, mettendoli di fronte al proprio destino, alle proprie ombre e alle proprie mancanze.


Pubblicato in questi giorni, in Così per sempre Chiara Valerio, invece, si cimenta con il tòpos del vampiro; anzi, con il vampiro per eccellenza.
Ambientato ai giorni nostri, tra Roma e Venezia, infatti, il romanzo attraversa i secoli affondando le sue radici alla fine dell’Ottocento, quando il conte Dracula lascia la Transilvania per trasferirsi in Occidente.
È allora che ha preso il nome di Giacomo Koch e ha cominciato a interessarsi alla professione medica, diventando anatomopatologo presso l’ospedale Fatebenefratelli di Roma. Grazie alla scienza, Dracula ha capito molte cose: la più importante, che quando nei vampiri scorre sangue umano anch’essi diventano umani e, come gli umani, sono vulnerabili e possono essere ammazzati.
Anche Mina Harker è sopravvissuta, diventando lei stessa un vero vampiro, e ora vive a Venezia, dove gestisce un salone di bellezza; un centro estetico in cui, così lei ha deciso, il tempo smette di scorrere: chiunque entri lì, ne esce uguale a se stesso, per sempre.


La scelta compiuta da questi autori – ma, come loro, anche da altri qui non citati – di mettersi alla prova con gli schemi della narrativa gotica e dell’orrore dimostra quanto questo genere, al contrario di quanto si pensi, sia letto, apprezzato e fonte di spunti anche tra gli addetti ai lavori della letteratura.

Forse, se si superasse ogni tipo di remora iniziale, tanto degli stessi scrittori, quanto di editori e librai, e si cominciasse a definire senza paura un romanzo come horror, collocandolo nel posto che più gli spetta al di là del nome in copertina, sparirebbe, finalmente, quell’ombra di paraletteratura che da sempre circonda lo scaffale più buio delle librerie.

 

Inserire il codice per il download.

Inserire il codice per attivare il servizio.