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LA NOTTE SI AVVICINA: IL LIBRO AI TEMPI DELL'EPIDEMIA

LA NOTTE SI AVVICINA: IL LIBRO AI TEMPI DELL'EPIDEMIA LA NOTTE SI AVVICINA: IL LIBRO AI TEMPI DELL'EPIDEMIA
Complice il maggior tempo che siamo costretti a trascorrere rinchiusi in casa, ma anche la sua elevazione a bene di prima necessità che ha reso l’andare in una Libreria una giustificazione valida per uscire in tempi di chiusure e divieti, durante questa pandemia il libro ha conosciuto una nuova vita e una rinascita. 
Nel primo lockdown, in particolare, la vendita dei libri – a quel tempo ancora principalmente attraverso i canali di acquisto online – ha avuto un notevole incremento e un gran numero di persone si è riavvicinato al mondo della lettura.
 
Guardando le classifiche dei testi più comprati in quel periodo, è significativo notare come, che si tratti di narrativa o di saggistica, le tematiche centrali delle letture siano state quelle sentite in quei giorni come più vicine: epidemie, quarantene, isolamenti forzati e sensazione costante di essere controllati da qualcuno.
Eccoci allora tutti alle prese, ad esempio, con l’epidemia di colera narrata da Gabriel Garcìa Màrquez ne L’amore ai tempi del colera, o con quella – metaforica – di Peste del capolavoro di Albert Camus; oppure, abbiamo cominciato a sentirci vicini ai personaggi di Cecità di Saramago, colpiti da un’epidemia tanto improvvisa quanto inspiegabile e costretti a un isolamento alienante dal resto del mondo; la percezione, a volte inconscia, di doversi giustificare con tutti ogni qual volta si uscisse di casa – anche se per valide ragioni – e l’essere quasi tentati a muoversi sventolando preventivamente un’autocertificazione per non essere fermati, ci ha, invece, fatto sentire sotto l’occhio del Big Brother del romanzo distopico 1984 di George Orwell; per chi, invece, meno poeticamente, abbia voluto cercare di capirci qualcosa del perché una cosa del genere fosse potuta accadere, ecco trovare le risposte in Spillover del divulgatore scientifico David Quammen.

                    


Oggi poi, entrando in una qualsiasi Libreria, non ci si può che sentire accerchiati da saggi – storici e scientifici – e da romanzi di ogni genere – dalla fantascienza al thriller fino al romanzo umoristico – che parlano di epidemie del passato, malattie, vaccini, realtà colpite da virus mortali e scenari apocalittici post-pandemici.

 
D’altra parte, come ci mostra e insegna Siegmund Ginzberg nel suo libro Racconti contagiosi, non c’è periodo storico o luogo del mondo in cui, a livello letterario, non si sia parlato di una qualche forma epidemica – quasi sempre genericamente definita “peste” – che colpisce l’umanità.
A partire dalla descrizione della peste ateniese del V secolo a.C. fatta da Tucidide nel Libro II delle sue Storie, passando per la peste nera che fa da cornice al Decameron di Boccaccio e arrivando, solo per citare una ristrettissima parte degli autori e delle opere riportate da Ginzberg, alla Storia della colonna infame del Manzoni o ai numerosi accenni a piaghe di vario tipo presenti in Shakespeare – basti pensare che le morti di Romeo e di Giulietta sono, di fatto, dovute alla quarantena in cui si trovano i frati che avrebbero dovuto avvertire lui della messinscena di lei – fino ai riferimenti, spesso ossessivi, all’epidemia di influenza Spagnola che troviamo in alcuni testi di Pirandello o di Virginia Woolf.

 
Non c’è da stupirsi. Per quanto, infatti, fino a un anno fa l’idea di una “peste” ci sembrasse così lontana da noi, per secoli l’umanità ci ha, invece, convissuto abitualmente, almeno fino al XVIII secolo.
A tal proposito, l’agile e chiaro volume La peste in Europa degli storici William Naphy e Andrew Spicer è, sicuramente, consigliato a chi volesse saperne di più senza imbarcarsi in uno dei tanti oltremodo ingenti volumi pubblicati da quasi ogni casa editrice negli ultimi mesi.
Leggendolo si può realizzare come la celeberrima e devastante peste del 1347 – che nel giro di 6 anni falcidiò almeno un terzo della popolazione europea, circa 20-25 milioni di persone – fu in realtà solo un inizio, una prima ondata di un’epidemia che per quasi tutto il secolo successivo continuò a ripresentarsi, sempre ugualmente mortale e distruttiva, ogni 10 o 20 anni al massimo.
Pensando all’Italia, è paradossale e sorprendente notare come proprio il Quattrocento, il periodo in cui la peste colpì con più violenza, vide, come per reazione, la nascita del glorioso periodo del Rinascimento.

Quello che più risalta, però, dai due libri appena citati è vedere come tutto sia già accaduto, in un modo quasi del tutto identico a quanto stiamo provando oggi. Le pagine delle cronache storiche e dei racconti scritti da chi quegli anni li stava vivendo parlano di noi. Parlano di paure e smarrimento, di governi impreparati, decreti e autocertificazioni, di distanziamenti sociali, quarantene e mani, oggetti e luoghi da sanificare; parlano di teatri e scuole chiuse, luoghi affollati da evitare e funzioni religiose da sospendere, fino, anche, ai canti e alle preghiere dai balconi a Milano volute da San Carlo Borromeo durante l’epidemia di peste del 1576.
Emerge, insomma, come di fronte a eventi e momenti di forte tensione nelle diverse epoche si presenti sempre una medesima antropologia di comportamenti, altrimenti tenuta celata nel profondo dell’animo umano.
 
Ed è proprio questo strato sedimentato nei popoli che ha potuto permettere a Loredana Lipperini di concepire e scrivere già in tempi non sospetti – nel 2016 – il suo romanzo La notte si avvicina, pubblicato da Bompiani nell’ottobre del 2020.

A Vallescura, un piccolissimo paese tra gli Appennini marchigiani, già in passato tormentato da un violento terremoto, ma anche da episodi di misteriosa e inquietante crudezza, nell’estate del 2008 arriva la peste.
E, come sempre, la prima reazione tra gli abitanti, così attaccati alla loro tranquilla e ripetitiva quotidianità, è quella di negare.
Perché, come scrive Camus:
 
“[…] si crede difficilmente ai flagelli quanto ti piombano sulla testa. […] Il flagello è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogni in cattivo sogno sono gli uomini che passano […] Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli”.
 
Poi, però, arrivano le morti, le transenne e i militari ai confini delle strade per isolare il paese, e internet e i telefoni vengono messi fuori uso per evitare che la notizia si diffonda e che arrivino i media.
E, a quel punto, quando l’evidenza prende il potere, quegli stessi uomini e quelle stesse donne che fino ad allora avevano preferito negare che qualcosa potesse intaccare la loro calma fatta di sagre, vino, cibo e tradizioni, diventano cospirazionisti e sentono l’impellente necessità di trovare un inizio, ma soprattutto un colpevole, un capro espiatorio.
Anche in questo, niente di nuovo e oggi lo sappiamo bene: nel Trecento gli untori erano gli ebrei, i vagabondi e le prostitute; nei nostri anni sono i governi, le multinazionali, i medici e gli stranieri.
Ed ecco che nel romanzo Saretta, la matrona incontrastata di Vallescura, l’incarnazione di tutti i peggiori difetti della comunità, individua come colpevole dell’epidemia Maria, “la straniera” arrivata in paese solo pochi anni prima per provare a sfuggire a un passato carico di dolore, ma che nella superstiziosa ostilità che caratterizza Vallescura ha trovato solo un maggiore isolamento, finendo con l’essere da loro trasformata – e non solo metaforicamente –  in una strega.
 
La storia scritta da Loredana Lipperini non è, però, solo un romanzo che parla di epidemie.
È una storia di donne: accanto a Saretta e Maria, c’è Chiara, il cui senso di impotenza, ma anche di codardia davanti ai dolori degli altri la rendono un personaggio molto simile a tutti noi; c’è Aurelia, l’esatto opposto di Saretta, l’anziana gentile, aperta al mondo e a quel nuovo che, si sa, arricchisce e non distrugge una società; e c’è Carmen, la giovane ribelle, speranza di cambiamento e ripartenza.
È, poi, una storia di madri: di maternità negata o mancata, di figli tolti, persi o non voluti; di maternità che si trasforma in ossessione e si traduce in empietà contro i propri stessi figli – se questi non incarnano quel che ci si aspettava da loro – o contro chiunque sia considerato una minaccia alla loro tranquillità.
È però, soprattutto, una storia che parla del male e della sua banalità.
In un ripetuto alternarsi di piani temporali, dal prima al dopo il “giorno zero”, quello del primo contagio, e in un continuo oscillare tra una realtà quotidiana e una fantastica - in cui, però, come sempre nei racconti dell’autrice, vero e soprannaturale convivono come fossero una cosa sola - La notte si avvicina racconta la nostra costante e angosciosa ricerca di un inizio, un motivo e una causa del dolore, contro cui puntare il dito.
Ma quello che impariamo da questo romanzo è che non esiste un solo inizio e che spesso questi tanti inizi non hanno alcuna motivazione razionale o scientifica.
Perché se è vero che uno scienziato spinto dalla troppa curiosità e sete di conoscenza può risvegliare un batterio dal passato, è altrettanto vero che non c’è alcun nesso di causa-effetto che porti quel batterio a colpire un determinato paese e solo e proprio quello.
Non è un caso, quindi, che la voce narrante citi continuamente fatti di cronaca nera degli ultimi decenni – stragi, attentati, terremoti, ma anche violenze e tragedie private che non entrano nei libri di storia – che ci avevano colpito sì, ma solo per pochi giorni e senza scatenare in noi nessuna vera reazione, finendo con il nasconderli a noi stessi preferendogli la visione di quei programmi televisivi che ci fanno ridere in maniera spensierata.
E non è un caso nemmeno che l’idea del romanzo sia venuta all’autrice a Lampedusa, dopo aver ascoltato il racconto di un addetto del cimitero che si era dovuto dedicare alla ricomposizione dei cadaveri trasfigurati dei migranti morti in mare, proteggendosi dall’odore con una mascherina imbottita di erbe aromatiche, come facevano i medici del passato durante le epidemie di peste.
 
Perché, come scrivevano gli antichi cronisti e come riporta la stessa scrittrice:
 
“Ogni peste è preceduta da due sintomi: le grandi carestie e la disaffezione dello spirito ovvero non rendersi più conto del male che abbiamo intorno a noi”.
 
E i libri sono qui per provare a ricordarcelo in tempo.

La notte si avvicina

di Loredana Lipperini

editore: Bompiani

pagine: 320

2008: l'anno della svolta, l'anno della grande crisi economica, l'anno dove il disinteresse per il mondo segna il culmine

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