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LA POESIA DEL DETTAGLIO

LA POESIA DEL DETTAGLIO LA POESIA DEL DETTAGLIO















Tutto nasce da un’associazione, dal ricordo di un’immagine che chissà per quale motivo, tanti anni fa, si è fissata prepotentemente nella mente e nella memoria, e silenziosamente l’ha abitata fino ad oggi, quando il nome di Domenico Gnoli su di un manifesto affisso per strada l’ha stanata.

L’immagine è questa.

Potente. Il potere di una copertina. Impossibile ignorarla, impossibile non domandarsi cosa ci sia dietro alle scelte editoriali che
determinano in buona parte il successo di un libro. Cinque secondi consegnati al lettore per decidere se tenere tra le mani quel libro, per decidere se dedicargli tempo, attenzione e lettura, per comprendere se già in quell’immagine si può intuirne trama, tema o semplicemente coglierne una suggestione o un’emozione.



E’ nato così, naturalmente, l’incontro con una delle autrici americane più apprezzate di ‘short stories’, Grace Paley. La raccolta si intitolava ‘Piccoli contrattempi del vivere’ ed era edita da Einaudi ( oggi nell’edizione Sur): 45 racconti scritti in 40 anni. Una pro
duzione infinitamente esigua se si riflette sulla fama che invece ha saputo determinare.

La sua penna lavora e si muove sul testo letterario come un cesello, scava, leva, rifinisce e forgia. Questo il suo grande merito, non altro. Dal Bronx al Lower east Side lei, ebrea newyorkese di origine ucraina, non ha fatto che ritrarre sempre più da vicino la working class, ne ha esplorato le vite con la lente di ingrandimento e ha dato corpo e voce a uomini e donne, vittime di disuguaglianze e subordinazione. Non colte nell’atto di una rivendicazione, affermazione o lotta sociale, ma così come ai suoi occhi si sono prestati. Ed è la luce della sua scrittura ad illuminarne la quotidianità fatta di contaminazioni culturali, razziali, di disordine famigliare e incomprensione generazionale. Di tutti quei piccoli dettagli che solo uno sguardo attento e vivace può coglierne la forza e renderla poesia.
Faith Darwin, che in qualche modo la si può leggere come alter ego dell’autrice, è uno dei personaggi che più ricorre nella raccolta e che interpreta e fotografa trasformazioni sociali e ne ritrae una condizione, quella femminile soprattutto, immobile in una resistenza consapevole e spettatrice di una predestinazione determinata a non risolversi nel tempo. Significativo il racconto ‘Faith sull’albero’, in cui Faith, appollaiata su di un albero del parchetto - siamo negli anni settanta - circondata da bambini occupati a correre e giocare, oltre ai suoi due figli, si intrattiene con le loro madri. Da lassù, un cambio di prospettiva. Parla di politica, spettegola, litiga, assiste alla vita intorno e ne prende spunto per dar voce alla militante attivista che in realtà la Paley è.

E forse è questa l’intimità, sicuramente più domestica, che Domenico Gnoli ha cercato ed espresso nei suoi dipinti. Così infatti chiarisce il suo approccio al mondo: «Non voglio aggiungere o sottrarre nulla. Non ho neppure avuto mai voglia di deformare, io isolo e rappresento [..] dal momento che non intervengo mai attivamente contro l’oggetto, posso avvertire la magia della sua presenza». La Fondazione Prada dedica a Gnoli una personale, curata da Germano Celant (l’ultima prima della sua scomparsa), fino al 27 febbraio. L’attenzione spasmodica, quasi ossessiva, per il dettaglio non chiede altro, non dice e rimanda ad altro. Nessun altro significato. Semplicemente è. Ed è in questa condizione che ci si sente come risucchiati e liberi di poter sconfinare oltre quel riquadro che incornicia il dettaglio. A fantasticare situazioni. Esattamente come per i racconti di Grace Paley. Non un tutto ma un’istantanea da cui solo si deduce. E lo sforzo di noi lettori o spettatori ad avere una maggiore attenzione, a rallentare e guardare con maggior profondità, ad abbandonare la superficialità con cui siamo abituati ad osservare il quotidiano.



La stessa attenzione che ha mosso per un’intera vita Vivian Maier, esponente della street photography, a rubare scatti per le strade di Chicago con la sua Rolleiflex inseparabilmente sempre al collo e ad immortalare la vita quotidiana di gente quotidiana, di persone ordinarie e straordinariamente speciali. Chi ormai non conosce la misteriosa vita di questa insolita bambinaia? L’editoria ha dato spazio in questi ultimi anni alla sua figura così poco facilmente decifrabile o quantomeno totalmente comprensibile e ne ha restituito - chi con maggiore definizione, chi con maggior licenza narrativa - un ritratto delicato e rispettoso al pari dei suoi scatti sempre così empatici e colmi di quella pietas rivolta agli umili di cui lei stessa faceva parte.

In un percorso di rimandi e di associazioni torna alla mente un film di Jim Jarmusch ‘Paterson’. Paterson è un autista di autobus, si chiama come la cittadina dello stato del New Jersey in cui abita, e scrive poesie. Le sue composizioni hanno il sapore della quotidianità che incontra, se ne nutre, e danno un senso al vuoto che sente intorno. Una vita fatta di ripetitività, di cose senza alcun peso nella loro semplicità, di minimi spostamenti. Le lancette corrono sempre alla stessa velocità e scandiscono azioni in cui il protagonista annota accenni di bellezza. Per lui, cui la vita sembra una ricerca irrefrenabile di colore e di senso dove persiste invece compromesso e patteggiamento, è la rima della sua poesia che ridona quel senso perduto, che muove la sua immobilità. Non ambizione alcuna ma un segreto taccuino a cui affidare le proprie speranze. Cogliere ogni particolare, elemento e sfumatura, è l’espressione e il trattenimento di ciò che rende vivi. E proprio quando quel taccuino viene distrutto è un turista giapponese ad incoraggiare Paterson, che sembra aver perso ogni ragione, a continuare a scrivere, a comporre, a tornare in contatto con la sua gioia più profonda.



Forse non è un caso che quel turista sia giapponese. Viene alla mente l’haiku, il componimento poetico giapponese per eccellenza, in cui emozioni e sensazioni sono sempre protagoniste: tre soli brevi versi, 17 sillabe in cui scaturisce la sensibilità dell’autore pur rimanendo invisibile. Un passaggio d’animo, un’istantanea, uno scatto, che nella sua immediatezza cattura un’atmosfera, fisica o mentale, esattamente così com’è, priva di alcuna concettualizzazione, processo che viene delegato al lettore.

Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono soltanto per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto...E la cosa più importante sarà stabilire il giusto rapporto tra parola e silenzio - il silenzio in cui succedono più cose che in tutte le parole affastellate insieme...Non sarà un silenzio vago e inafferrabile, ma avrà i suoi contorni i suoi angoli la sua forma: e dunque le parole dovranno servire soltanto a dare al silenzio la sua forma e i suoi contorni, e ciascuna di loro sarà come una piccola pietra miliare, o come un piccolo rilievo, lungo strade piane e senza fine o ai margini di vaste pianure. E. Hillesum, Diario 1941-43

Un racconto, un dipinto, una fotografia, una poesia. Nulla più di un istante capace di tanta forza. Di cogliere dettagli e restituire un tutto, l’esplosione dell’immaginazione. Una deflagrazione che rimane indelebile, apre mondi e prospettive.

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