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PARTIRE E RESTARE

PARTIRE E RESTARE PARTIRE E RESTARE




















Fino a pochi decenni fa, in Italia, il divario Nord-Sud si poneva come argomento dominante nei dibattiti politici. Le politiche pubbliche, chiamate a suggerire possibili piani di sviluppo, si sono manifestate in tutta la loro inadeguatezza, decomponendo e destrutturando totalmente l’idea di unità, economica e sociale, di un paese che da oltre un secolo chiede riduzione delle disuguaglianze, armonizzazione dei contrasti e organizzazione di una rete di relazioni territoriali.
Oggi quello stesso divario, ancora non risolto, ha generato un’ulteriore forbice, che non tocca più solo il Mezzogiorno. Assistiamo ogni giorno sempre più al progressivo svuotamento dei paesi, dei piccoli centri abitati che, oltre a subire una costante e consistente perdita demografica, perdono servizi e attività commerciali, anche fondamentali. Un’erosione, uno smantellamento progressivo che non garantisce una effettiva eguaglianza con le persone che vivono altrove. Da qui la sparizione di intere comunità, di tutta una ricchezza umana e tradizionale, che costituiscono l’anima del nostro Bel Paese.
Ne emerge un ritratto desolante, fatto di silenzi, strade e case abbandonate e fatiscenti, di solitudini e smarrimenti. Solo i racconti di chi rimane, o forse sarebbe meglio dire resiste, ci restituiscono l’immagine di vite che non sembrano appartenere più a questo mondo. Storie di fatica, certo, ma di famiglie numerose raccolte nella solidarietà, in una maglia stretta ed indissolubile di appartenenza. Il più delle volte, si trasformano in luoghi di intrattenimento domenicale, pacchetti turistici da vendere che rischiano di essere snaturati, sviliti, violentati. Sono luoghi che attendono di essere ripensati, raccontati, documentati, e riconsegnati alle nuove generazioni; a chi sceglie di rimanere o tornare, in maniera consapevole - non perché costretta o perché senza mezzi economici per viaggiare o studiare - purché non ne continui a vivere il margine.

Vito Teti, antropologo dell’Università della Calabria, autore di numerosi saggi di memoria e storia dei luoghi, la chiama 'restanza', termine che vuole raccontare i rimasti, le storie di chi non in modo nostalgico sceglie di restare, di chi abita nuove aspirazioni e rivendicazioni e di chi, destinato a partire, di quello stesso luogo ne vive il radicamento archetipico.[…] La restanza, come la definisce, […] è il sentimento di chi àncora il suo corpo ad un luogo e fa diaspora con la mente. Restare non è un atto eroico, né un immobilismo o una rinuncia, ma una volontà precisa di opposizione all’inerzia, al fatalismo. L’attesa non è apatia ma anche speranza, pazienza. E’ la capacità di ripensare e rinnovare l’esistenza. Teti la definisce attenzione. Nell’esodo il paese che si lascia trova nuovi equilibri, si ristabilisce ed assume una nuova fisionomia.
C’è tutta una letteratura che descrive la morte dei paesi. Ve ne segnaliamo solo alcuni e significativi e che ben raccontano ed esplorano la dimensione del restare e dell’andare, come metafora della vita. E che con sguardo lucido e realistico fanno riflettere sulla falsa retorica e la tanta celebrazione che accompagnano le realtà interne del paese.

 
(Resto qui - clicca qui per leggere l'incipit / La pioggia gialla - clicca qui per leggere l'incipit)

(L'arminuta - clicca qui per leggere l'incipit / Borgo sud - clicca qui per leggere l'incipit)

Di pochi giorni l’uscita di un’importante saggio di Anna Rizzo, antropologa culturale, impegnata con diverse amministrazioni locali per la rivitalizzazione dei paesi abbandonati d’Italia, da oltre dieci anni con il comune di Frattura di Scanno. Si intitola I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia ed è edito da Saggiatore.
Il suggerimento, il suo, di tornare a chiamare i paesi col proprio nome, di tornare ad averne cura leggendoli in profondità, di indagare le motivazioni che hanno determinato gli abbandoni, abitarli, non come residenti temporanei, ma sperimentandone condizioni di vita, quotidianità, difficoltà. Prima di domandarsi di cosa hanno bisogno i turisti è necessario migliorare la vita di chi rimane. Garantendo servizi, mobilità, beni culturali e relazionali che possano colmare quello scarto che inevitabilmente impedisce di competere e radicare. La frase di Danilo Dolci ‘ciò che è necessario si realizza’ chiama responsabilità, impegno personale sul campo.

‘La storia passa da ciò che arriva, ma può essere testimoniata solamente da ciò che resta […] Ora, questa sua resistenza le lascia sulla gobba una desolazione importante: nonostante abbia attraversato il secolo più propulsivo e controverso, il dolore che sente è d’altra natura. I suoi occhi hanno visto la gente partire con le valigie e scendere come acqua verso valle per inseguire il sogno di una vita più dignitosa che ripagasse con maggiori possibilità. Lei incoraggiava a non titubare, tanto lassù c’erano solo pietre e fatica e ci si poteva sempre tornare se non fossero stati felici altrove.
Nello stesso tempo, però, confidava che l’esempio della sua generazione sarebbe stato ricalcato da altri piedi, giacchè, << l’om a s’ërpëtto >> l’uomo si ripete, con la speranza di poter rivedere utile quel modo di stare al mondo anche nei tempi moderni.’
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Valeria Tron, cantautrice della Val Germanasca, valle occitana al confine tra il Piemonte e la Francia, ha familiarità col dialetto Patois e la sua musicalità. La confidenza con le sfumature di questa lingua le ha permesso di regalarci uno straordinario romanzo d’esordio, lirico, denso di grazia e poesia. Unico, inconsueto, nel panorama letterario di oggi. Una scrittura che chiede attenzione, rilettura, e che ci porta con delicatezza in una storia di ritorno, di riconciliazione con le radici profonde dell’animo, di un territorio che sa parlare ancora a voce alta, che urla la propria identità attraverso i sensi.

Nel 2018 Donzelli pubblicava Riabitare l’Italia, volume che raccoglieva la sintesi di un lavoro interdisciplinare volto a riportare centralità a tutti quei territori e a quelle popolazioni interessate da un processo di marginalità. Il dibattito che ne scaturì convinse l’editore, nel 2020 e dopo le riflessioni post Covid-19, a riproporre una nuova pubblicazione aggiornata ed integrata. Dal gruppo ideatore prende forma un’associazione (https://riabitarelitalia.net/RIABITARE_LITALIA/), un progetto editoriale, un ‘marchio’ impegnato nella condivisione civile e territoriale. Viene stilato un vero e proprio Manifesto volto ad evidenziare nei suoi 10 punti l’importanza di un nuovo sguardo, una nuova visione d’insieme dell’Italia, evidenziandone contraddizioni certo ma anche punti di forza e potenzialità. 28 parole, parole chiave, costruiscono il lessico di questo volume e concorrono a ripensare le forme dell’insediamento, a trovare relazioni, connessioni, nuovi immaginari come in un vero e proprio laboratorio.

Non possiamo più aspettare, il nostro Paese chiede con urgenza tempestività, azioni concrete e cura. Vorremmo non delegare ancora alle nuove generazioni, vorremmo non dover congelare, nell'attesa, il futuro di molti giovani. Vorremmo poter pensare che le soluzioni siano di questo tempo, perchè le soluzioni esistono, se ne dibatte da anni. Solo la volontà e l'amore potrà farci guardare avanti con fiducia e cancellare quella sensazione di tradimento di chi ha scelto di restare. Perché chi oggi è partito, purtroppo o per fortuna, è già altro.

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