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SO NINETIES

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L'enorme popolarità avuta in Italia dal documentario in dieci puntateThe last dance, incentrato sulla carriera e la figura del campione NBA Michael Jordan e che ha conquistato appassionati di pallacanestro e non, tanto da farla diventare la serie tv più vista di sempre su Netflix, ha permesso a tutti coloro che l'hanno seguita di riscoprire - o scoprire - il fascino della lega di basket americano degli anni '90.
So nineties
, volume di Davide Torelli da poco pubblicato per Ultra Edizioni, è un’occasione per compiere un percorso bibliografico fra i libri su protagonisti e momenti che hanno reso gli anni Novanta il decennio dorato dell'NBA e, di riflesso, dell’intera pallacanestro mondiale e capire perché - citando la prefazione di Dario Vismara - uno spettatore di quegli anni ricordi ancora con affetto una mediocre meteora come Bryant Big Country Reeves.
 
Attraverso la raccolta completa di tutti i numeri della rivista American SuperBasket, ma anche grazie a una scrupolosa visione di partite, documentari e interviste relative a quegli anni, l’autore ci mostra come l’NBA negli anni '90 si sia di fatto proposta al pubblico come una vera e propria serie televisiva, in cui stagione dopo stagione si sono susseguiti personaggi e sceneggiature, con, anche, dei veri e propri colpi di scena.
Un plot decennale che ha rivoluzionato la percezione e la fruizione della lega americana del basket, trasformando l’NBA in un fenomeno di popolarità globale, soprattutto grazie a quelle personalità – giocatori “mitizzati” e ancora oggi ritenuti tra i migliori di sempre – attorno alle quali si è costruita l’intera narrazione e le cui vicende personali si sono intrecciate e sono diventate un tutt’uno con le cronache di quanto accadeva sul parquet, campionato dopo campionato.
 
Non è un caso, quindi, che nel suo libro Torelli alterni capitoli dedicati alla cronaca minuziosa di ogni singola stagione a capitoli dedicati all’approfondimento di personaggi – o squadre o momenti – imprescindibili per comprendere il cambiamento rivoluzionario avvenuto in quegli anni e che ha gettato le basi per la struttura dell’NBA del nuovo millennio.
Se nel libro il punto di partenza obbligatorio di questo viaggio nel passato non può che essere David Stern – compianto commissioner della National Basketball Association per trent’anni, per alcuni un vero e proprio visionario, deus ex machina dietro tutte le trasformazioni che hanno portato alla nascita del mito NBA, per altri, invece, solo un uomo che ha avuto la fortuna di ereditare la gestione della lega cestistica in un periodo così proficuo di talenti e personaggi – sono proprio i capitoli dedicati a quest’ultimi che ci permettono di fare un breve excursus tra i libri loro riguardanti.

 
Magic Johnson e Larry Bird rappresentano il primo caso di star sportive internazionali, quelle capaci di far vendere le magliette e il merchandising con il loro nome e il loro numero in tutto il mondo. La loro rivalità – emblema della lunga rivalità tra le squadre di appartenenza, i Los Angeles Lakers dello showtime e dell’estro contro i Boston Celtics della sobrietà e della tecnica – raggiunge, in realtà, l’apice negli anni ’80, ma è indubbio che anche agli inizi del decennio successivo, seppur in fase calante, due personalità del genere giochino ancora una forte influenza in campo (e fuori, nel caso delle vicende personali di Magic Johnson): prima dell’arrivo di Michael Jordan, insomma, l’NBA erano loro.

 
 
Su His Airness, anche grazie alla serie televisiva citata all'inizio – tratta dal libro del premio Pulitzer David Halberstam – si è ormai detto di tutto e di più. Un vincente nato, esempio classico di leader, caratterizzato da una competitività e da una volontà di vincere fuori dalla norma che spesso ne ha fatto emergere anche i lati oscuri. L’ossessività nel perseguimento del successo personale, le prepotenze nei confronti dei compagni di squadra, il suo crearsi stimoli immaginari per sovrastare il rivale di turno e i fatti di cronaca che lo hanno riguardato, però, non possono minimamente scalfire quanto il numero 23 dei Chicago Bulls per tutti gli anni Novanta (con la sola pausa di quella stagione e mezza dedicata al baseball) abbia dato a questo sport, a tutti i livelli.

          

 
Da questo punto di vista, solo un altro giocatore può essere ritenuto al suo pari – e suo erede, dal momento che nei Nineties si svolgerà solo l’inizio della sua ventennale carriera. Per capire la grandezza e l’importanza di Kobe Bryant nell’NBA basterebbe leggere il suo palmarès e guardare con che costanza appaia il suo nome in cima alla classifiche dei record. Tuttavia, anche il fatto che il numero dei libri scritti su di lui sia di gran lunga maggiore a quello riguardante ogni altro campione di basket è un evidente segnale di quanto The Black Mamba abbia rivestito un ruolo incancellabile nella storia della pallacanestro (che non potrà che sopravvivere alla tragedia che ha privato il mondo dello sport di uno dei suoi più importanti protagonisti).
In quella che può essere considerata la sua autobiografia illustrata – The Mamba mentality – Kobe racconta il suo modo di vivere il basket e ripercorre quella strada che dai parquet di Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia lo ha portato, a soli 18 anni, a entrare nel firmamento dell’NBA:  le sfide sempre più dure lanciate a se stesso e ai compagni, i rituali pre-partita, lo studio ossessivo degli avversari più forti al fine di carpirne ogni loro segreto e di migliorarsi, tutti i retroscena dei match più importanti e i motivi per cui per lui perdere non è mai stata nemmeno una possibilità.

       

 
Parlando di lui, è giusto qui ricordare la sua lettera di addio al basket, scritta in occasione del ritiro nel 2016 e divenuta un cortometraggio da Oscar nel 2018:




Trait d’union tra Michael Jordan e Kobe Bryant è Phil Jackson, Coach Zen, l’allenatore più vincente della storia dell’NBA e il vero direttore d’orchestra dietro le vittorie dei Bulls del numero 23 prima e dei Lakers del numero 8 (poi 24) dopo.

     

 
Parlando del basketball americano degli anni ’90, impossibile almeno non citare due giocatori – anzi, due personaggi – come Allen Iverson e Dennis Rodman, i veri ribelli della NBA.

Iverson, con le sue iconiche treccine e i suoi tatuaggi, rappresenta il primo vero rappresentante della cultura hip hop dei ghetti americani a fare ingresso nella lega. L’arresto a 17 anni per una rissa in una sala da bowling che, per poco, non ne chiuse la carriera prima ancora che iniziasse, i continui diverbi con gli allenatori e la vita fuori dal campo, fatta di violenze coniugali e di milioni di dollari dilapidati in auto di lusso ma anche in regali a parenti e amici, fanno di The Answer il giocatore di più difficile gestione per David Stern, sempre ostinato nel perseguimento di un’immagine pulita ed esemplare della sua associazione.


Paradossalmente, più difficile da gestire anche di Dennis Rodman, il bad boy per eccellenza, compagno di vittorie di MJ e Phil Jackson a Chicago, ma anche, per un brevissimo periodo, insieme a Kobe Bryant e al Maestro Zen a Los Angeles. Delle risse in campo, i piercing e i capelli tinti di un colore sempre diverso fatti molto prima che diventasse una moda, le apparizioni pubbliche in abiti femminili, le fughe e le sparizioni improvvise tra una partita e l’altra per andare in night, casino o per prendere parte a incontri di wrestling, si è, ormai, già parlato abbastanza – e a farlo è stato lui per primo. Tutto questo, però, non deve far passare in secondo piano il valore di The Worm sul campo, la sua provocatoria cattiveria in difesa e a rimbalzo, quell’atletismo che ha portato lo stesso Phil Jackson a definirlo il miglior atleta che abbia mai allenato.

 

Come detto inizialmente, gli anni Novanta rappresentano un’evoluzione, soprattutto in tema di diffusione, per tutto il basket, anche per quello italiano. Gianmarco Pozzecco ne è, senza ombra di dubbio, un protagonista indiscusso.
Edito da Mondadori, Clamoroso. La mia vita da immarcabile è la sua autobiografia, in cui il Poz racconta sé stesso e la sua carriera, parlando di tutti quegli avvenimenti che, legati o meno a un campo da basket, gli hanno insegnato qualcosa, traendone dei consigli e delle massime da usare come titolo per i suoi capitoli. 






Per chi, al termine di questo percorso nel basket degli anni d'oro, si fosse incuriosito e avesse voglia di conoscere altre storie e saperne di più su quel mondo affascinante che risponde al nome di NBA, ecco altre letture che ci sentiamo di suggerire:

               


So nineties. Il decennio dorato dell'NBA

di Davide Torelli

editore: Ultra

pagine: 349

A riguardarli oggi, gli anni Novanta della National Basketball Association possono quasi sembrare una serie tv, in cui ogni ca

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