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W DI BONATTI

W DI BONATTI W DI BONATTI
















13 settembre 2011. Dieci anni fa salutavamo per l'ultima volta 'il re delle Alpi', il grande e leggendario alpinista Walter Bonatti (1930-2011). 81 anni vissuti col naso all'insù e oltre, la montagna nel cuore e quegli scarponi sempre ai piedi che lo hanno accompagnato su pareti verticali che tolgono il fiato, in luoghi estremi e impervi dell'Africa, del Sud America, dell'Australia e si sono spinti fino all'Antartide. Una vita che Bonatti ha iniziato a raccontare e documentare dall'età di 30 anni ne Le mie montagne, negli innumerevoli reportage per il settimanale Epoca di cui era inviato, e ha continuato a fare consegnando al tempo circa una trentina di pubblicazioni.

Impossibile parlare di Bonatti senza menzionare alcune delle grandi, e forse più note, imprese con cui si è contraddistinto e posto all'attenzione del mondo alpinistico.

Per un giovanissimo operaio lombardo dell’acciaieria Falck, la montagna, dopo duri turni di lavoro, rappresentava il sogno - di libertà, di misura con le proprie forze e limiti – oltre cui spingersi ogni volta di più. Ragazzo talentuoso già frequentatore della società di ginnastica Forti e Liberi, entra con curiosità e, allo stesso tempo circospezione, nei Pell e Oss, un gruppo di giovani rocciatori con grandi ambizioni. E’ così che a diciotto anni intraprende senza alcuna fatica le prime scalate delle Prealpi italiane e svizzere. Un anno dopo riprende la via Ratti-Vitali sul Monte Bianco. A diciannove anni compiuti dimostra già di essere una promessa dell’alpinismo scalando due volte la parete ovest della Aiguille Noire de Peuterey, la parete nord-ovest del Pizzo Badile e più volte la parete nord delle Grandes Jorasses.

Nel 1951 si rende protagonista di un’azione che susciterà ammirazione e decreterà l’inizio della sua celebrità: affronterà la parete est del Grand Capucin nel gruppo del Monte Bianco e, al terzo tentativo, ne conquisterà la vetta aprendo una nuova via d‘arrampicata assieme al torinese Luciano Ghigo; la via verrà intitolata ai due.

Queste sono solo alcune delle ascensioni, tra le più entusiasmanti ma anche tra le più tragiche, descritte e ricordate in I miei ricordi. Scalate al limite del possibile, volume che riprende e integra pubblicazioni precedenti e che Bonatti ha voluto ripercorrere in ordine cronologico a completamento di una summa, di un’ultima sintesi della sua carriera alpinistica ed esplorativa degli anni 50-60. Come non citare infatti la scalata del ’54 al K2? Bonatti a soli 24 anni si ritrova scelto nella squadra per la scalata diretta da Ardito Desio. Gli occhi di tutto il mondo sono puntati su uno dei più grandi eventi post bellici: l’Italia prova a compiere l’impresa tentata più volte nei decenni precedenti da altre nazioni e conquistare la seconda vetta più alta del mondo. Ma lo straordinario primato verrà presto avvolto da vicende dai tratti tutt’altro che eroici e adombrato dalle calunnie mosse nei confronti di un giovane Bonatti che si opporrà e lotterà per mezzo secolo per portare luce e giustizia, attraverso testimonianze e documenti, su uno dei capitoli più ingloriosi e manipolati dell’alpinismo.

Di nuovo disponibile, ampliata e corretta l’edizione che vi proponiamo oggi si legge come un giallo. A seguito delle prove portate alla lu
ce, al CAI venne chiesto, per coerenza, di ricostruire la storia di quegli eventi lontani e di rettificare e riscriverne la versione ufficiale. Bonatti nel 2003 sentì così necessario consegnare il suo ultimo contributo alla storia e porre la parola fine a tutte le polemiche. Oggi, grazie anche al lavoro importante e paziente che Rossana Podestà, compagna di vita di Bonatti, fece dopo la sua morte, sistemando l’archivio e raccogliendo tutti i documenti necessari in vista del 60° anniversario del K2 (il 2013, anno di decesso della stessa Podestà), ecco la riedizione di K2 – La verità nella quale inserti fotografici, rassegne stampe dell’epoca e una cronologia essenziale arricchiscono e completano in via definitiva le prime stesure che risalgono agli anni 85, 95 e appunto a quella più aggiornata e risolutiva del 2003.

Ci sono alcune pagine della ‘relazione Desio’ annotate e corrette da Bonatti, c’è la lettera che Robert Marshall inviò al Times con le prove che sollevano le responsabilità di Bonatti ed evidenziano la malafede e il complotto istituito da Compagnoni e Lacedelli una volta giunti in vetta e, tra le innumerevoli altre testimonianze, l’atto di querela per diffamazione del 1964.
Bonatti venne accusato di aver progettato e tentato l’arrivo in vetta all’insaputa dei due anticipandoli, di aver abbandonato l’hunza Mahdi a lui affiancato, in difficoltà per congelamento, di aver fatto uso dei respiratori destinati ai due compagni comandanti mettendo a repentaglio la riuscita del balzo finale. Queste solo alcune delle accuse che vengono argomentate e smontate e che svelano purtroppo un piano a dir poco diabolico atto ad insabbiare depistaggi e scorrettezze architettate durante tutta l’impresa e perpetrate negli anni a seguire.



A 35 anni la decisione di abbandonare l’alpinismo estremo. Logorato dalla continua attenzione e dagli attacchi frequenti della stampa, accoglie la proposta di esplorare e descrivere il mondo attraverso i suoi reportage.

Bonatti dimostra così di essere molto più di un alpinista, molto più dell’infamia che lo ha accompagnato una vita. Definito da Michele Serra ‘un intellettuale del corpo’, non gli viene riconosciuta solo la sua tempra e forza fisica, ma l’intelligenza di chi sa ‘vedere’, interpretare, leggere sì la montagna ma anche la realtà, in profondità. Bonatti è incontro e conoscenza. Guarda il mondo con occhi diversi, senza paura. Perché è attraverso la conoscenza che combatte la sua paura. Nei suoi viaggi, nell’incontro con altre culture, con gli animali, e con la natura, Bonatti si muove cercando un punto d’incontro, una rispettosa intesa. Si muove utilizzando ciò che la natura gli offre per comprendere i limiti cui siamo posti e ritrovare e riprendere coscienza delle proprie dimensioni. Un mondo perduto è l’ultimo delle sue fatiche letterarie, l’ultimo portato a termine prima della sua scomparsa. Qui ci racconta dei suoi viaggi ai confini del mondo a parire dal ’65. Le letture avventurose di London, Melville, Defoe, Conan Doyle ed Hemingway l’ispirazione per le sue partenze. Poi, la meraviglia. I popoli primitivi, gli animali selvatici, i luoghi che risvegliano in lui istinti primordiali. Lontano da contaminazioni tecnologiche Bonatti cerca di entrare in contatto con le radici profonde dell’uomo. ‘…Questa contrapposizione tra mondo naturale e sociale era a i miei occhi addirittura la contrapposizione tra felicità e infelicità’.

Il Museo Nazionale della Montagna Duca degli Abruzzi del CAI di Torino ricorda il decennale della scomparsa di Bonatti con la mostra Stati di grazia, mostra che volutamente sceglie di non ripercorrere la storia dell’alpinista ma di evidenziare quel filo che legava le sue avventure alle sue emozioni. Da qui la realizzazione del prezioso catalogo che, attraverso una sapiente selezione, trova risposta nelle immagini, negli oggetti e nelle parole raccolte dal materiale presente nel proprio Archivio.

Vogliamo ricordare e rendere omaggio anche noi al grande Bonatti lasciandovi alle sue parole, all'entusiasmo e alla grande passione con cui, in questa intervista, ripercorre un'intera vita di aneddoti, memorie ed imprese.


 


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