Adelphi: Fabula
I consolatori
di Muriel Spark
editore: Adelphi
pagine: 246
Quando, nel 1956, l'editore londinese Macmillan comprò il primo romanzo di una giovane autrice sconosciuta, "I consolatori", si rese subito conto di aver fatto una scelta molto ardita. Così, temendo che fosse un libro "troppo difficile" per il pubblico del tempo, esitò un anno prima di darlo alle stampe. Muriel Spark non si stupì particolarmente del ritardo: forse, dentro di sé, sapeva già di essere, secondo le parole di John Updike, "uno dei pochi scrittori che abbiano abbastanza risorse, coraggio e grinta da modificare la macchina della narrativa". Oggi, qualunque lettore, avvezzo o meno ai suoi romanzi più celebri, non potrà che soccombere allo charme che si sprigiona dalla sublime eccentricità dei consolatori (o persecutori?) che popolano queste pagine: una nonna contrabbandiera, un libraio satanista, un giovanotto con la vocazione del detective, e un'eroina che ha il sommo cruccio di sapersi personaggio di un romanzo. Li seguiremo, avvinti ed esilarati, fra storie d'amore, ricatti e terribili vendette in un intreccio prodigo di suspense e sortilegi. Un intreccio che dovette colpire anche Evelyn Waugh, se si risolse a scrivere a un'amica: "Mi sono state mandate le bozze del geniale romanzo di una signora che si chiama Muriel Spark. La protagonista è una scrittrice cattolica che soffre di allucinazioni. Il libro uscirà presto e sono sicuro che tutti penseranno che l'abbia scritto io. Vi prego di smentire".
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Zia Mame
di Dennis Patrick
editore: Adelphi
pagine: 380
Immaginate di essere un ragazzino di undici anni nell'America degli anni Venti
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Harry, rivisto
di Sarvas Mark
editore: Adelphi
pagine: 310
Chi sognasse di incontrare finalmente un personaggio sfaccettato, deprecabile e irresistibile, insomma magistralmente imperfet
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Kaputt
di Curzio Malaparte
editore: Adelphi
pagine: 476
A Stoccolma Malaparte incontra il principe Eugenio, fratello del re di Svezia. E nella villa di Waldemarsudden non può trattenersi dal raccontare ciò che ha visto nella foresta di Oranienbaum: prigionieri russi conficcati nella neve fino al ventre, uccisi con un colpo alla tempia e lasciati congelare. È solo la prima di una fosca suite di storie che, come un novellatore itinerante, Malaparte racconterà ad altri spettri di un'Europa morente: ad Hans Frank, Generalgouverneur di Polonia, a diplomatici come Westmann e de Foxà, a Louise, nipote del kaiser Guglielmo II. Storie che si annidano nella memoria per non lasciarla mai più: il Ladoga, simile a "un'immensa lastra di marmo bianco", dove sono posate centinaia e centinaia di teste di cavallo, recise da una mannaia; il console d'Italia a Jassy, sepolto dal freddo peso dei centosettantanove cadaveri di ebrei che sembrano precipitarsi fuori dal treno che li deportava a Podul Iloaiei, in Romania; le mute di cani muniti di cariche esplosive che, in Ucraina, i russi addestrano ad andare a cercare il cibo sotto il ventre dei panzer tedeschi. Storie, anche, malinconiche e gentili: quella dei bambini napoletani convinti dai genitori che gli aviatori inglesi sorvolano la città per gettar loro bambole, cavallucci di legno e dolci; o, ancora, quella delle ragazze ebree destinate al bordello militare di Soroca. Storie che trascinano in un viaggio lungo e crudele, al termine del quale si vedrà l'Europa ridotta a un mucchio di rottami.
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Il giorno dell'indipendenza
di Muratori Letizia
editore: Adelphi
pagine: 112
Giovanni ha smesso con la coca, e ha anche smesso di vendere prodotti finanziari ad alto rischio
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Abbiamo sempre vissuto nel castello
di Shirley Jackson
editore: Adelphi
pagine: 182
"A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce"; con questa dedica si apre "L'incendiaria" di Stephen King. È infatti con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l'Estraneo (nella persona del cugino Charles), si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia. Ma il malessere che ci invade via via, disorientandoci, ricorda molto da vicino i "brividi silenziosi e cumulativi" che - per usare le parole di un'ammiratrice, Dorothy Parker abbiamo provato leggendo "La lotteria". Perché anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male - un Male tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai 'cattivi', ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia.
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Il pane di Abele
di Niffoi Salvatore
editore: Adelphi
pagine: 168
Vrades pro sempere!, fratelli per sempre: questo si giurano Zosimo e Nemesio il giorno in cui quest'ultimo lascia il paesino d
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Tentazione
di Székely János
editore: Adelphi
pagine: 677
Per una volta non ci sono dubbi: Bela, il protagonista di questo romanzo, ha molti dei tratti che fecero di János Székely quel
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2666
La parte dei delitti-La parte di Arcimboldi
di Bolaño Roberto
editore: Adelphi
pagine: 672
Il secondo volume di "2666": i lettori lo aspettavano
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La storia di un matrimonio
di Andrew Sean Greer
editore: Adelphi
pagine: 224
"Crediamo tutti di conoscere le persone che amiamo": così Pearlie Cook comincia a raccontarci gli incredibili sei mesi che sono stati, per il suo matrimonio, una sorta di inesorabile lastra ai raggi X. Siamo nel 1953, in un quartiere appartato e nebbioso di ex militari ai margini di San Francisco, e tutto nella vita dei Cook parla ancora della guerra: la salute cagionevole di Holland, i ricordi tormentati di lei, le loro abitudini morigerate e un po' grigie. Una vita per il resto normalissima, come sottolinea la voce ammaliante di Pearlie - mentre la sua testa scoppia di pensieri che forse, via via che si disvelano, preferiremmo non ascoltare. Eppure li leggiamo con avidità, rassicurati dal fatto che lei, palesemente, ha intenzione di dirci proprio tutto. Perché, allora, ci sentiamo invadere da un'ansia arcana, da un senso di vertigine e di smarrimento, come davanti a certe atmosfere torve di Edgar Allan Poe? Non solo per il susseguirsi di colpi di scena che ci avvincono a ogni riga sino a condurci all'unico finale davvero imprevedibile. Non solo per l'uomo venuto dal passato, per la lettera che colpisce come un pugno, per i terribili segreti che si dischiudono a uno a uno... Sarà allora per la dolorosa lucidità con cui la narratrice riesce a indagare la distanza che separa ciascuno di noi dagli altri? O perché a ogni pagina ci chiediamo: come fa Pearlie a sapere tutte queste cose - di noi?
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Le meraviglie di St. Urbain Street
di Mordecai Richler
editore: Adelphi
pagine: 154
Chi ha di Mordecai Richler l'immagine di un narratore irresistibile e torrenziale (irresistibile anche perché torrenziale) deve metterla da parte. Da vero epigono di razza del cabaret yiddish, Richler sapeva perfettamente come allestire un one man show, cioè come scrivere e interpretare un breve monologo che sotto l'ombrello di una comicità viscerale e inarginabile disegnasse, attraverso le vicissitudini e i tic di un personaggio, tutto un mondo. Non è dunque un caso che nel 1969, a metà circa della sua carriera, abbia deciso di prendersi una vacanza, e raccontare daccapo le storie del suo quartiere a Montreal, solo in una forma più diretta e confidenziale, lasciando cioè che si sovrapponessero e si intrecciassero così come, in apparenza, gli venivano in mente. Ecco perché in queste pagine si mischiano, con la massima libertà possibile, una disamina delle catastrofiche ripercussioni di un pezzo di "Time" sulla vita quotidiana di St. Urbain Street, una divagazione sull'uso "privato" delle cabine telefoniche pubbliche e un manualetto sul sesso redatto da un cultore della materia assai vicino a molti lettori: Duddy Kravitz. Per capire di chi è questo libro, e cosa offra, basterebbe insomma aprirlo a caso, senza neppure guardare la copertina.
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Una notte in cui la luna non è sorta
di Sijie Dai
editore: Adelphi
pagine: 279
All'inizio c'è un manoscritto. Anzi, un frammento di manoscritto: "una reliquia mutilata, un pezzettino di testo sacro scritto in una lingua ignota su un rotolo di seta" risalente al II o al III secolo d.C. Quel rotolo misterioso, un imperatore dell'XI secolo ha invano cercato di decifrarlo, e per esserci (forse) riuscito il suo poeta di corte è stato assassinato. Quasi mille anni dopo, l'ultimo imperatore della Ghia, Puyi, ne è stato ossessionato al punto da uscire di senno, e durante il volo che lo portava in Giappone ha lacerato con i denti e ne ha gettato una parte dall'aereo. Il frammento disperso è finito, per vie misteriose, nelle mani di Zai Lan, il legittimo erede al trono esiliato in Manciuria dalla crudele imperatrice Gixi. Ma questo, appunto, è solo l'inizio: perché la nipote di Zai Lan sposerà un sinologo francese, che finirà in un campo di lavoro, e il figlio del sinologo francese studierà la lingua del rotolo, e si innamorerà a sua volta di una giovane sinologa francese, la quale rimarrà anche lei impiglita nel groviglio di vicende che hanno al centro l'enigmatico frammento.
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