LUCA G. CASTELLIN Professore associato di Storia delle dottrine politiche
Si ricorda quando è stato il suo primo contatto con la lettura? Ce lo vuole raccontare brevemente?
Sinceramente, non lo ricordo molto bene. Non saprei dire quale sia il primo libro che ho letto in assoluto. A casa avevamo una bella raccolta con tutti i racconti di Arthur Conan Doyle dedicati alla figura Sherlock Holmes. Le avventure dell’arguto investigatore sono state una vera e propria attrazione. Era difficile staccarsi dalle pagine di quei volumi. Però, sono certo di una cosa, ossia che il mio amore per la lettura e la mia passione per i libri sono stati sempre alimentati dai docenti che ho avuto la fortuna di incontrare nel mio percorso educativo, oltre che sorretti dai miei genitori. Il mio interesse per la lettura si è andato rafforzando proprio grazie a loro.
C’è un libro, o più di uno, che ha segnato particolarmente la sua crescita e perché?
Se c’è un libro che mi ha segnato, quello è sicuramente Vita e destino di Vasilij Grossman. Credo che sia “il” romanzo del Novecento. C’è dentro tutto. C’è dentro l’essere umano con le sue speranze e le sue paure, le sue certezze e i suoi dubbi. Ci siamo dentro noi. L’autore russo mette in mostra il dramma dell’uomo di fronte alla tragedia della Seconda guerra mondiale, all’assurdità dei totalitarismi e alla vita di tutti i giorni. Come nelle opere di Fëdor Dostoevskij, anche in Vita e destino viene rappresentata ogni sfumatura della natura umana. Non è una lettura semplice. Infatti, è un volume molto lungo e anche assai complesso. Si mescolano tanti piani narrativi. E i personaggi sono talmente tanti che bisognerebbe quasi mettersi lì a leggere il libro con un taccuino a fianco in cui segnarsi il loro nome, la loro professione e la loro storia.
C’è un libro, o più di uno, che vorrebbe consigliare ai giovani di oggi e perché?

Ovviamente, oltre al capolavoro di Grossman, che sarebbe sicuramente il primo della lista, consiglierei ai giovani di oggi qualche altro libro. Sono sempre stato molto affascinato da tutti quegli autori che sono in grado di guardare in faccia – e, così, farci conoscere – la realtà. Che riescono a mostrare nella loro ambiguità tanto la natura umana, quanto la politica. Pertanto, non posso che aggiungere altri due nomi (e qualche titolo) alla lista degli “imprescindibili”: vale a dire, Flannery O’Connor e Graham Greene.

Quando entra in una libreria che cosa spera o si augura di trovare e cosa non dovrebbe mai mancare?
Per molti versi, potrei essere banale. Forse, finirò per ripetere quanto è già stato detto da altri. Ma la prima cosa che spero di trovare in una libreria – ed è a questo livello che si gioca il mio desiderio di tornarci – è qualcuno che, soltanto guardandolo negli occhi, sia in grado di testimoniarti la passione per la lettura. Se manca questo, manca tutto. Il librario può comunicarti la bellezza della lettura, e così consigliarti un saggio o un romanzo, soltanto se è implicato in prima persona in quello che ti propone. È anche per questo che prediligo le piccole librerie indipendenti. Perché in queste realtà trovi persone con cui dialogare, e da cui farti guidare. Il rapporto umano è fondamentale. Direi addirittura imprescindibile. Ciò, infatti, ti spinge ad avere (sempre più) fiducia nei consigli del “tuo” libraio. Oppure, ti può permettere di trovare un libro da regalare in poco tempo e con sicuro successo, perché, nei piccoli elementi sul destinatario che riporti al libraio, quest’ultimo è già in grado di offrirti alternative soddisfacenti. Come accennavo all’inizio, può sembrare banale. Ma credo che sia un’esperienza piuttosto comune a molti. Un’esperienza che, personalmente, ho potuto sperimentare nel rapporto con “la Rosy”, un’amica di una piccola libreria indipendente, che ci ha lasciato qualche mese fa dopo una lunga malattia, e i cui consigli e il cui sguardo porterò sempre con me.


