Lindau: SPETTACOLO E COMUNICAZIONE
L'essenza e l'esistenza. Fritz Lang e Jean Renoir: due modelli di regia, due modelli di autore
di Simone Villani
editore: Lindau
pagine: 170
Il libro è un saggio su quattro celebri film dei due registi, "La strada scarlatta" e "La bestia umana" di Fritz Lang e "La cagna" e "L'angelo del male" di Jean Renoir. L'autore ne studia le relazioni, intorno a temi quali il tradimento, lo sguardo amoroso, l'omicidio e le scelte formali adottate dai due registi.
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Fisiologia dell'immagine. Il pensiero di Cesare Zavattini
di Stefania Parigi
editore: Lindau
pagine: 359
Il nome di Zavattini è legato soprattutto alla stagione epica del dopoguerra e rischia di essere inchiodato per sempre alla "croce" del neorealismo. Si tende a dimenticare che egli ha attraversato un intero secolo, il '900, e tutte le sue cicliche ondate di modernità, giocando costantemente la carta della sperimentazione. Dagli anni '20 fino agli anni '80 ha lavorato senza tregua in una prospettiva multimediale, dimostrando una straordinaria sensibilità nel cogliere i germi del nuovo e i segni del cambiamento antropologico ed estetico provocato dalla rapida crescita e diffusione delle tecnologie. Questo libro tenta di ricostruire le trame del suo pensiero sul cinema e i media. La scommessa è di far dialogare Zavattini con alcuni tra i maggiori teorici del cinema e artisti del secolo scorso, allo scopo di mettere in luce la problematicità e la forza concettuale delle sue riflessioni, troppo spesso considerate come semplice prolungamento utopico della sua pratica creativa. Zavattini non è stato solo un poeta della teoria, ma un teorico della poesia; ha impresso al proprio fare artistico una continua piega riflessiva e al proprio discorso teorico una carica immaginativa. Per questo le sue parole e i suoi gesti possiedono ancora la capacità di innervarsi nel tessuto della contemporaneità.
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L'occhio e la pietra. Il cinema, una cultura urbana
di Marco Bertozzi
editore: Lindau
pagine: 204
Seduto in platea, custode di un prezioso deposito emozionale, l'homo cinematographicus s'incammina per una sterminata iper-città del ricordo: in essa, i legami non derivano da logiche sociali quanto dalla tacita comune appartenenza a una condizione, quella spettatoriale, segnata dalla costante ridefinizione dei confini identitari. Città di pietra - Parigi, Torino, Roma, Rimini - e città immaginate - da registi come Kubrick, Hitchcock e Wenders si rincorrono in una mirabile profusione di punti di vista, tracciando un'urbanistica del sentire in cui la condizione di "cittadino del cinematografo" è l'ibrida esperienza comunitaria che ci resta.
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