Affermare l’esistenza di una linea sperimentale
prettamente irlandese nella letteratura del
XX secolo e attribuirne a Joyce la massima
espressione, significa affrontare due problematiche
fondamentali e correlate: il rapporto
degli scrittori irlandesi con la loro tradizione
in generale e il rapporto degli scrittori postjoyciani
con il fantasma del loro ‘maestro’.
Questo complesso legame con la storia, divenuto motivo dominante della letteratura irlandese nella seconda metà del XX secolo, è qui messo a fuoco nell’opera di tre autori successivi a Joyce, la cui produzione è uniformemente distribuita nel tempo in modo tale da coprire l’intero secolo: Elizabeth Bowen, John Banville e Patrick McCabe. Nei loro romanzi è possibile individuare modelli stilistici riconducibili ai modelli classici di sperimentazione e soprattutto appare evidente come un genere sia stato ampiamente praticato fino a imporsi gradualmente sugli altri: il romanzo gotico, o meglio, neo-gotico, nelle sue varie forme e filiazioni, quali la spy-story e il thriller.
In virtù del suo carattere composito e incline a inglobare una grande quantità di modelli, sempre in bilico tra il reale e il visionario, esso diventa il mezzo espressivo più idoneo a illustrare il controverso rapporto dello scrittore con la storia e offre nel contempo uno spazio illimitato alle possibilità della sperimentazione.
La ‘veglia di Joyce’ ha sfumato nel tempo i tratti più mesti e grevi per trasformarsi all’inizio del nostro secolo in una sorta di funferal quale molto probabilmente Joyce avrebbe da subito preferito come commiato a lui più congeniale.
Questo complesso legame con la storia, divenuto motivo dominante della letteratura irlandese nella seconda metà del XX secolo, è qui messo a fuoco nell’opera di tre autori successivi a Joyce, la cui produzione è uniformemente distribuita nel tempo in modo tale da coprire l’intero secolo: Elizabeth Bowen, John Banville e Patrick McCabe. Nei loro romanzi è possibile individuare modelli stilistici riconducibili ai modelli classici di sperimentazione e soprattutto appare evidente come un genere sia stato ampiamente praticato fino a imporsi gradualmente sugli altri: il romanzo gotico, o meglio, neo-gotico, nelle sue varie forme e filiazioni, quali la spy-story e il thriller.
In virtù del suo carattere composito e incline a inglobare una grande quantità di modelli, sempre in bilico tra il reale e il visionario, esso diventa il mezzo espressivo più idoneo a illustrare il controverso rapporto dello scrittore con la storia e offre nel contempo uno spazio illimitato alle possibilità della sperimentazione.
La ‘veglia di Joyce’ ha sfumato nel tempo i tratti più mesti e grevi per trasformarsi all’inizio del nostro secolo in una sorta di funferal quale molto probabilmente Joyce avrebbe da subito preferito come commiato a lui più congeniale.
Biografia dell'autore
Giuliana Bendelli insegna Letteratura inglese
nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di
Milano. Si occupa di letteratura contemporanea
con un interesse specifico per la narrativa,
in particolare per l’opera di Conrad e di
Joyce e in generale per il romanzo del XX
secolo. Ha scritto saggi su vari autori, pubblicati
su riviste e volumi italiani e stranieri. Ha
conseguito un Master of Philosophy in letteratura
anglo-irlandese presso il Trinity College
di Dublino sotto la guida di Terence Brown e
Brendan Kennelly. Di quest’ultimo ha tradotto
e curato l’edizione italiana di due romanzi,
La Croce Storta (2001) e I Fiorentini (2003), e
scritto la prefazione alla riedizione inglese
pubblicata nell’aprile 2012 dalla casa editrice
A&A Farmar di Dublino. Coordina un progetto
di ricerca volto a indagare il rapporto ricco e
complesso tra Inghilterra e Irlanda nel corso
dell’arco temporale che vede l’Irlanda colonia
dell’Inghilterra, dal Rinascimento alla definitiva
conquista dell’Indipendenza nel 1922. Si
occupa inoltre del rapporto tra letteratura e
scienza ed è autrice del volume English from
Science (Mondadori Università 2010, prefazione
di Luigi Luca Cavalli Sforza).


