Se oggi in Italia c’è un deficit che deve preoccupare
e meritare attenzione, accanto e forse oltre
quello economico, è indubbiamente il deficit
di legalità. Ogni giorno la cronaca sta a documentarlo.
La tendenza al rifiuto della legalità
viene addirittura individuata, con rassegnata
disillusione quando non con amaro compiacimento,
quale elemento costitutivo e insuperabile
dell’identità nazionale. E tuttavia la lotta per
la legalità è seria e buona, e come tale va combattuta.
Le ragioni sono tante. Prima fra tutte la
sopravvivenza del nostro Paese.
Questo libro, scritto da un magistrato che da
tempo ha sentito anche il dovere di incontrare
giovani studenti per trasmettere loro il valore
della giustizia, vuole proporsi come un percorso
di riflessione sul concetto di legalità ma
anche sulle sue ricadute concrete per ogni cittadino,
accettando la sfida di una divulgazione
non banale dei temi del diritto.
Cominciando dalla constatazione del livello
degradato della legalità in Italia e dall’importanza
di dare voce al bisogno di un suo ripristino,
l’autore individua i fondamenti della legalità
all’interno della Costituzione (valore in sé,
prima ancora che scrigno di valori), che va oggi
resa operante in modo effettivo e aggiornata,
nell’ottica dell’esercizio di una cittadinanza attiva
alla quale sappia corrispondere l’impegno
trasparente delle istituzioni. Diventa allora fondamentale,
in questo percorso, il rapporto tra il
cittadino e l’amministrazione della giustizia, la
quale, pur con le sue disfunzioni e contraddizioni,
rimane garanzia di tutela dei diritti di tutti e
di un’ordinata convivenza civile. Proprio in questa
intersezione delicata e necessaria può nascere un patto civico in grado di esprimere
un’equilibrata reciprocità di diritti e di doveri,
dove le regole vengono liberamente accolte,
anche perché viste nella loro prospettiva di
‘convenienza’ per la vita e il progresso di tutti,
nella sfera pubblica come in quella privata.
Tutto questo, però, può essere soltanto il frutto
di un’educazione alla legalità. Perché, come
dice limpidamente don Luigi Ciotti nella sua
prefazione al volume, «le leggi da sole non
bastano. Perché sia praticata, una legge deve
essere prima di tutto riconosciuta, cioè deve
‘intercettare’ i processi di formazione delle persone
e dei giovani in particolare, deve saper
parlare a quel guardarsi dentro e fuori di sé che
risveglia la coscienza critica, la capacità di
interrogarsi, di distinguere, di fare delle scelte».
Biografia dell'autore
Adriano Patti è magistrato dal 1985, attualmente
presso la Corte d’Appello di Torino.
Studioso del diritto fallimentare, autore di
numerose pubblicazioni giuridiche, è dal 2004
condirettore scientifico della rivista «Il fallimento
e le altre procedure concorsuali». Tra le
sue opere: I privilegi (in Trattato di diritto civile
e commerciale, diretto da Schlesinger, 2003) e
Crisi di impresa e ruolo del giudice (2009).
Negli ultimi anni ha tenuto vari incontri con gli
studenti nelle scuole sul tema della legalità.


