Adelphi
Schiavo d'amore
di Maugham W. Somerset
editore: Adelphi
pagine: 619
Il secondo e più celebre romanzo di W
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Il mito dell'analisi
di James Hillman
editore: Adelphi
pagine: 385
Si può dire che questo libro segni il più importante sviluppo della psicologia analitica dopo la morte di Jung. James Hillman vi ha messo in questione l'analisi stessa con una radicalità e una consequenzialità che sconvolgono e scalzano ogni possibile routine delle varie scolastiche (junghiane non meno che freudiane). Dopo che per decenni l'analisi ha preteso di sezionare il mito, qui per la prima volta ci si chiede: qual è il mito che sta dietro all'analisi e la determina nel profondo?
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Come se niente fosse
di Muratori Letizia
editore: Adelphi
pagine: 140
A un narratore è prudente non chiedere mai di raccontare la sua vera storia: quantomeno si innervosisce
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Il senso delle cose
di Feynman Richard P.
editore: Adelphi
pagine: 128
Feynman spiega in che consiste il suo metodo scientifico mostrando come sovente un'ipotesi da quasi certamente falsa possa div
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Della misantropia
di Sgalambro Manlio
editore: Adelphi
pagine: 160
I più alti spiriti sono stati misantropi osserva Manlio Sgalambro in questo suo ultimo libro
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Dalla vita degli oggetti. Poesie 1983-2005
di Adam Zagajewski
editore: Adelphi
pagine: 234
I versi che Adam Zagajewski ha scelto per questa antologia riflettono la fase più alta e matura della sua produzione. Messo a confronto con interrogativi e dilemmi, con il mondo della natura e della storia, il poeta coglie tutte le contraddizioni della nostra condizione: "la sua è una tessitura in cui fiori, alberi e uomini convivono in un'unica scena. Ma questo mondo ricreato dall'arte non è un luogo di fuga, al contrario è in relazione con la cruda realtà di questo secolo" ha scritto Czeslaw Milosz. E se nelle metropoli occidentali un'umanità priva di passioni paga il benessere con la noia, l'indifferenza e la solitudine, egli può catturare, grazie a un'illuminazione interiore che si traduce nel "fervore" dei versi, l'istante in cui l'esperienza del dolore si fonde con quella della bellezza e l'aura del divino si manifesta anche nella realtà più misera: "La pelle levigata degli oggetti è tesa come una tenda del circo; Siamo come palpebre, dicono le cose; Sfioriamo l'occhio e l'aria, l'oscurità; E la luce, l'India e l'Europa; E all'improvviso sono io a parlare: cose, sapete cos'è la sofferenza?... ". Così, nella poesia di Zagajewski, l'invisibile si coniuga al mondo concreto, e l'anima si fonde con le cose della terra, dando vita a quell'assoluto quotidiano che spiega il complesso intrecciarsi di destino individuale e universale.
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Sei problemi per don Isidro Parodi
editore: Adelphi
pagine: 192
Obeso, la testa rasata e gli occhi saggi, don Isidro Parodi prepara, lento ed efficiente, il mate in un piccolo bricco celeste: e intanto invita la pittoresca schiera dei suoi clienti a esporgli con chiarezza i misteri che li affliggono e che lui invariabilmente risolverà lasciandoli di stucco. Enigmi labirintici e inestricabili, di fronte ai quali qualsiasi altro investigatore avrebbe l'accortezza di battere in ritirata: come il caso del talismano di giada trafugato dal tempio della Fata del Terribile Risveglio nello Yunnan e avventurosamente approdato a Buenos Aires, dove gli danno la caccia il mago Tai An, la conturbante Madame Hsin, l'ebanista russo Samuel Nemirovsky e altri non meno improbabili personaggi. Ma a questo punto è forse il caso di precisare un dettaglio piuttosto rilevante: i colloqui fra l'imperturbabile e geniale detective e la sua variopinta clientela hanno luogo nella cella 273 del Penitenziario nazionale, in calle Las Heras. In effetti don Isidro, ex barbiere nel quartiere di Sur, sta scontando ventun anni per l'assassinio di un macellaio, un certo Agustín R. Bonorino - assassinio che ovviamente non ha commesso. Come se non bastasse, a raccontarci le sue fantasmagoriche e sedentarie avventure è il dottor Honorio Bustos Domecq, torrenziale poligrafo clamorosamente inesistente. A muoverne la penna è infatti la beffarda, spumeggiante complicità di due sodali efferatamente ironici, fautrice di parecchi e deplorevoli misfatti letterari, di cui non potremo più fare a meno.
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Il barone sanguinario
di Vladimir Pozner
editore: Adelphi
pagine: 320
Quando accetta la proposta di Blaise Cendrars di scrivere un libro per la sua collana di biografie di avventurieri, e sceglie - in modo apparentemente incongruo per un comunista militante - di occuparsi del barone von Ungern-Sternberg, Vladimir Pozner non immagina certo che questa volta non gli basterà consultare (come aveva fatto per Tolstoj è morto) una mole immensa di documenti, ma che gli toccherà condurre un'ardua inchiesta, nel corso della quale imboccherà, per poi abbandonarle, una quantità di false piste e si imbatterà in testimoni più o meno inattendibili: dall'ex colonnello di Ungern ridotto a fare il tassista alla coppia di decrepiti aristocratici parigini che hanno conosciuto il barone in fasce (e che di quel paffuto bebé gli manderanno una foto), sino a "fratello Vahindra", il sedicente monaco buddhista che spaccia per il figlio segreto dello stesso Ungern il pallido adolescente dai tratti asiatici con il quale vive in una squallida mansarda... A poco a poco, però, il narratore riesce ad afferrare il suo eroe, e ce ne svela gli aspetti più inquietanti e contraddittori (nonché ambiguamente seducenti): solitario, taciturno, imprevedibile, irascibile, sadico, paranoide, ferocemente antisemita, superstizioso, misogino, frugale, idealista, marziale, il barone Ungern ha tendenze mistiche, si considera erede di Gengis Khan e si crede investito di una missione provvidenziale - quella di riconquistare l'Occidente partendo dal cuore della Mongolia.
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Il tè del Cappellaio matto
di Pietro Citati
editore: Adelphi
pagine: 347
Distaccati dall'attualità dell'informazione bibliografica e dai giudizi di valore letterario, gli articoli si danno qui per quello che in fondo sono sempre stati: racconti che mettono in scena città sontuose dell'Egitto e del Messico, Costantinopoli e Micene, o personaggi di varie mitologie: Ulisse piangente al canto degli aedi, Pascoli e le sorelle, Dylan Thomas con la magliette verde da cricket e i calzoni alla zuava. Non diversamente procedeva nel comporre le sue "vite immaginarie" Marcel Schwob. Così, nel 1972, Italo Calvino metteva acutamente a fuoco la cifra di questa splendida raccolta che il tempo non ha intaccato. Né poteva essere altrimenti, giacché lo stesso titolo, preso a prestito da Lewis Carroll ("Adesso, sono sempre le sei del pomeriggio" dice il Cappellaio ad Alice), sembra alludere a un tempo negato, immobile: come osserva ancora Calvino, "Lo scrittore dal critico Citati come voce diretta del mondo viene assomigliando sempre di più allo scrittore che Citati è diventato nel frattempo, il bibliotecario visionario che esplora continenti sterminati nei margini di pagine già scritte".
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Il mostro ama il suo labirinto
di Charles Simic
editore: Adelphi
pagine: 149
Simic, cui la forma oscillante tra l'aforisma e la prosa breve sembra particolarmente congeniale, siede a giudicare se stesso e il mondo. Ed è un giudice-poeta chiaroveggente e bizzoso, improvviso negli scatti d'ira e nelle smanie d'amore, che crede "nella irrimediabile e caotica mescolanza di ogni cosa", e usa "il caso come attrezzo per demolire le nostre associazioni abituali". Ora striglia i politici guerrafondai e gli intellettuali loro complici, ora racconta con macabra ironia vecchie storie dei Balcani (quel luogo d'Europa la cui economia si regge sulle "fabbriche di orfani e gli allevamenti di capri espiatori"). Stralunato e lubrico, "avanzo di galera di tutti i paradisi terrestri", non cessa di meravigliarsi della stupidità umana, ingrediente segreto della storia, ma anche dell'enciclopedia di archetipi celata in ciascun oggetto. Ad ogni pagina, guizzi fulminei e collegamenti interrotti: "una melodia allegra suonata con malinconia", un'immagine sfocata di sé colta di sfuggita in uno specchio egizio, qualcosa "a metà tra l'infinito e lo starnuto", un "saporito stufato casalingo di angelo e bestia".
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Lungo la via incantata
Viaggio in Transilvania
di Blacker William
editore: Adelphi
pagine: 335
Non è strano che Patrick Leigh Fermor dicesse di tenere questo libro "vicinissimo al cuore"
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Coral Glynn
di Cameron Peter
editore: Adelphi
pagine: 212
Ci sono libri, rari e sfuggenti, che all'universo parallelo della letteratura arrivano in un modo diverso, curvando lo spazio
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