Il mondo secondo Philip K. Dick

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Philip K. Dick morì prematuramente il 2 marzo 1982, alla vigilia dell'uscita nelle sale cinematografiche del film "Blade Runner", tratto dal suo "Do Androids Dream of Electric Sheep?". Nacque in quel momento il mito di uno scrittore che, fino ad allora, aveva condotto un'esistenza marginale e per molti aspetti problematica, tra droghe e inclinazioni misticheggianti ai limiti della paranoia. Non si può ignorare la connessione tra esperienza autobiografica e genesi delle opere, ma neppure dimenticare che, come narratore visionario, Dick trascende la sua biografia. Il lavoro critico compiuto da Carlo Pagetti nell'arco di quarant'anni sulle opere di Philip K. Dick - dai romanzi distopici e di fantascienza a quelli realistici, recuperati solo dopo la morte dello scrittore, fino alle raccolte di racconti - fa emergere proprio come lo "Shakespeare della fantascienza" abbia saputo costruire, libro dopo libro, un convincente discorso estetico che non riguarda solo la narrativa fantascientifica, ma l'arte del romanzo nell'epoca della postmodernità. Regalando ai lettori una serie ineguagliabile di mondi, dispersi nello spazio e nel tempo, nei quali si riverberano le idiosincrasie dell'uomo del Novecento e di tutta la sua (la nostra) epoca.